Uno dei più classici luoghi comuni. Sentito ripetere migliaia di volte, anche se per la verità sensibilmente meno da un decennio a questa parte.
Seppur luogo comune, però, probabilmente non del tutto falso. Perché in effetti molto spesso primavera ed autunno finivano per durare un mesetto neanche, per far poi subito spazio alla stagione successiva, più stabile e duratura. Così estate ed inverno si poteva dire, senza cadere nemmeno poi tanto nella faciloneria, che si fossero dilatate a vantaggio delle due mezze stagioni. Questo almeno fino a... si, appunto, un decennio fa. Su per giù.
Perché in effetti, se ad oggi volessimo utilizzare un luogo comune più appropriato, vedremmo la sitazione completamente ribaltata e verrebbe a questo punto quasi da dire che ci sono solo le mezze stagioni, fatta eccezione per il 2012.
Nel 2012 abbiamo avuto infatti un inverno freddissimo (nevone, temperatura a -10/-12 sulla riviera romagnola e la nascita di una parola fino ad allora completamente sconosciuta il blizzard: vento molto freddo e molto forte che spirava da est e che batteva continuamente le città costiere) e un'estate caldissima, con temperature sahariane in Luglio che arrivarono a segnare "robe" come i 38°C alle otto di sera.
Poi inverno ed estate del 2013, del 2014 e, per adesso, inverno del 2015, tiepidi e miti. Quasi, per l'appunto, prolungamenti del'autunno appena trascorso che sfociavano direttamente nella primavera e, con il proseguire dell'anno, della primavera quasi direttamente nell'autunno.
L'estate dell'anno scorso, poi, è stata davvero esemplare come inconsuetudine ed impalpabilità. Credo che il termometro abbia raggiunto i 30°C solo in un paio di occasioni, rimanendone invece per la maggior parte della stagione ben al di sotto. Il tutto è poi anche stato accompagnato da piogge talmente abbondanti da far dire per la prima volta, da che io sono al mondo, che in estate c'è stata un'emergenza piovosità, anziché siccità.
Prova ne è stato il danno provocato alle colture, in particolar modo l'ulivo (con un proliferare della mosca olearia mai registrato nella storia che ha dimezzato il raccolto in tutta la penisola) e della vite, e a settori strettamente legati col clima e con l'agroalimentare come l'apicoltura e la conseguente produzione di miele, e persino la produzione di sale nelle Saline di Cervia (il SalFiore "Sale dei Papi" non è più disponibile dal 2013-2014).
Si sperava in un riacutizzarsi delle stagioni centrali con l'inverno di quest'anno e invece le previsioni sono state ampiamente deluse. Doveva essere generale inverno e invece è stato forse nemmeno caporale.
Temperature sempre sopra lo 0°C e nemmeno un filo di neve. So che in altre città ha nevicato, ma vorrei precisare che non è poi così consueto sulla costa romagnola vedere inverni senza neve e con temperature così miti. Considerate che quando una perturbazione viene dalla Siberia (come avvenne nel 2012 in maniera addirittura esagerata) noi siamo in prima linea, siamo il primo fronte perturbato. Si, non è il Sestriere, ma i classici -2/-3 di media per le minime di dicembre-gennaio da noi erano la normalità. Da tre anni invece non si scende più sotto i +5/+7 (sempre di media).
Ora, non so, probabilmente anche questa sarà solo una parentesi e presto cambierà nuovamente, ma dubito si tornerà alla normalità. Credo che queste alterazioni continueranno e temo peggioreranno, mutando lentamente (ma neanche tanto) il clima da temperato a sub tropicale. I presupposti, del resto, incarnati da medie annuali sensibilmente più alte, ma da picchi più livellati, direi che ci sono tutti.
La vedo nera, insomma, ma... va', toh, per scaramanzia quest'anno monto i condizionatori in casa. Ma solo per scaramanzia, eh.
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mercoledì 25 febbraio 2015
lunedì 16 febbraio 2015
Brutta giornata?
Allora forse questo video potrebbe tirarti un po' su.
E' qualcosa, no?
Quell'attimo in cui un non udente ascolta per la prima volta
(scusate ma dovrete collegarvi al link, non essendo il video su youtube non compare l'anteprima qua)
E' qualcosa, no?
Quell'attimo in cui un non udente ascolta per la prima volta
(scusate ma dovrete collegarvi al link, non essendo il video su youtube non compare l'anteprima qua)
venerdì 6 febbraio 2015
Tsipras, la Grecia, l'Europa e... l'Italia.
Sono circa due settimane che Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia.
Il programma di Syriza potrebbe sembrare euroscettico, invece io la penso totalmente al contrario.
Syriza ha buttato finalmente sul banco, in maniera istituzionale, passando attraverso un voto valido e che va riconosciuto come tale (mica è un colpo di stato), che la Grecia non intende più sottomettersi ad una politica che, in questi anni in cui la Troika ha praticamente governato il paese, ha gettato il suo popolo nella disperazione e nella miseria.
Ma, e qui sta il nodo, non è solo un discorso etico, non è solo una volontà di ribellione a politiche stringenti che creano disagio sociale. E' questione di semplice logica. Non matematica, logica.
La matematica è stato l'ingrediente fondante delle politiche che l'UE ha imposto agli ellenici da quando la crisi ha colpito il paese. La matematica dice, io ti do dei soldi che usi per fare delle robe, e tu tagli le tue spese per restituirmeli. Come, dove e perché non mi interessa, basta che tagli. Questo ha portato i vari governi che si sono succeduti a dover rientrare di una certa somma ad ogni scadenza prevista, e per non sgarrare, anziché introdurre riforme strutturali che avrebbero bonificato l'intero asset in tempi ragionevolmente più lunghi (anche se altrettanto ragionevolmente lo avrebbero fatto in maniera duratura), per soddisfare la matematica dei creditori sono stati fatti tagli scriteriati, laddove si sapeva che si sarebbero potuti pescare soldi in fretta e in quantità: sanità, pubblica amministrazione, pensioni... insomma, lo stato sociale. La matematica ha quindi smontato la società greca pezzo per pezzo, riducendo la popolazione alla miseria e intruducendo un paradosso che la matematica pura non può calcolare: se io ad una nazione tolgo tutto il benessere, la sua economia non può che implodere.
La matematica può calcolare i conti, le cifre, fa freddi calcoli, magari anche molto complessi. Ma la matematica non sempre c'azzecca con l'economia. L'economia è una disciplina più sottile, che deve tenere conto di fattori che esulano le semplici operazioni di più, meno, per, diviso. L'economia non può guardare solo al far quadrare un conto nel presente. L'economia è una disciplina che tra i suoi principi fondanti ha proprio quello di dover sempre tenere lo sguardo al futuro. Io faccio una cosa perché poi ne accadrà un'altra. Io spendo e aspetto per guadagnare di più in futuro, anziché spendere ed incassare subito per guadagnarci niente. La matematica tende all'equilibrio (i più e i meno devono equipararsi), l'economia tende al disequilibrio, dove se non ho la possibilità di avere un segno più, non sto nemmeno a farla una cosa, non mi accontendo di uno 0, non mi accontento di non perdere nulla. Ma, sia chiaro, non è che l'economia non c'entri nulla con la matematica. L'economia è fatta anche di matematica. Ma non solo. L'economia è fatta in egual misura di matematica e di logica.
Ecco, nelle politiche di austerity imposte dalla Troika alla Grecia (e non solo) l'aspetto che manca è proprio quello della logica. Se io ad una macchina tolgo benzina, come posso pensare che questa farà più strada di prima?
Troppo bersaniana come metafora? Beh, fateci l'abitudine, perché secondo me Bersani è uno dei pochi politici che meritano un minimo di stima in Italia. Quindi, anzi, rilancio.
Se ad un certo punto mi accorgo che la mia auto, nell'arco di un mese, per esempio, mi fa spendere troppo in benzina, perché ha iniziato a consumare di più, probabilmente sarà per qualche guasto avvenuto ad una qualche parte del motore. A questo punto potrò agire in due modi, per ritornare a spendere in benzina quello che pendevo prima.
Il primo, matematico, è quello di mettere la stessa quantità di benzina di prima, in modo da non spendere di più e portare il mio saldo tra prima e dopo il guasto di nuovo a zero. Così, si, avrò fatto in modo di ritornare a spendere la cifra di prima e quindi a non dover superare il budget stabilito in una mensilità per il carburante. Ma così il guasto al motore rimarrà e quindi mi troverò nel paradosso in cui la macchina che continuerà a consumare più benzina di quella che il mio budget mi consente di metterci, probabilmente finirà per constringermi a rinunciare ad essa per qualche giorno ogni mese, poiché mi troverò con il serbatoio vuoto. Ma questo avrà probabilmente delle conseguenze. D'altronde se prendevo l'auto tutti i giorni sarà stato perché mi serviva, magari per andare a lavorare, quindi potrebbe essere che sarò costretto a saltare ogni mese qualche giorno di lavoro, con conseguente alleggerimento della busta paga (se non addirittura perdendo il posto). Quindi alla fine il mio budget benzina non sarà in saldo negativo, ma la mia economia generale ne avrà risentito e ne risentirà a tempo indefinito. Mi è convenuto, quindi, fermarmi al semplice calcolo matematico e ristretto a quella sola area, infischiadomene nelle conseguenze? La risposta è facile: no.
Il secondo approccio, logico, è quello di riparare il guasto al motore. In questo modo, magari, spendo un po' di più all'inizio, ma la mia economia non ne verrà intaccata perché le entrate rimarranno quelle di prima e avrò anzi abbattuto una volta per tutte l'eccessiva spesa mensile per il carburante in più, che era dovuta al guasto. Avrò quindi il tempo, economizzando su qualche altro aspetto, magari più futile, delle mie spese mensili, di rientrare della spesa fatta per la riparazione, con calma e senza compromettere nulla di fondamentale della mia economia generale. Così, non compromettendo le mie possibilità di rimanere attivo e mobile, potrò sempre continuare a tenere un occhio al futuro e magari migliorare addittura la mia condizione, diventando magari alla fine anche più ricco.
Ora traduco. In Grecia a mio avviso è stato applicato il primo principio. La Troika ha detto: "Nel vostro sistema c'è una falla, spendete più di quel che guadagnate. Quindi, fermiamo la spesa fino ad arrivare a saldo zero." Peccato che questo abbia portato allo stop anche delle entrate, perché l'economia, e quindi i consumi, sono implosi. Si è alleggerita la busta paga, per tornare all'esempio di prima, anche perché per un certo periodo i titoli di stato greci sono stati estromessi dal mercato. Quindi si, è vero che a quel punto si spendeva poco, ma si guadagnava altrettanto poco, quindi come avrebbe mai fatto la Grecia a far crescere la sua economia? Beh, la risposta è banale e... logica: non si poteva, non poteva farlo. Era in una situazione di stallo. La Troika aveva messo la Grecia in stallo. Come è possibile che un'economia riparta se la gente non ha più soldi da spendere? Perché poi la reazione è a catena: la gente non spende, le aziende non vendono, quindi vanno in crisi, magari chiudono e licenziano. Si creano così altre fasce di popolazione che esccono dal mercato dei consumi, la qual cosa quindi metterà in crisi altre aziende e così via... portando quindi a meno entrate in tasse per lo stato e mandando quindi alla fine tutto il sistema in tilt.
A poco e nulla è servito, a quel punto, consentire di nuovo alla Grecia di poter proporre sul mercato i suoi titoli di credito. Dal momento che l'economia era implosa, i Bond greci sono serviti solo per creare nuovo debito, perché il PIL era collassato. Debito che ormai è diventato insanabile. Come il nostro.
Ma a differenza dell'Italia la Grecia ha anche alla gola la lama del fondo di prestito aggiuntivo che la Troika ha concesso/imposto e che richiede ulteriori scadenze stringenti. Insomma, la Grecia è in una spirale davvero impossibile da superare e il resto dell'UE vuole solo batter cassa, affossandola sempre di più. L'atteggiamento è miope e stupisce che i grandi economisti che affollano i palazzi non se ne rendano conto.
Oltretutto i soldi che la Troika ha versato ad Atene secondo il programma di "aiuti" sono serviti quasi totalmente a ripagare i debiti con le grandi banche tedesce e francesi che detenevano la maggior parte del debito greco. In pratica, sembrerebbe che i paesi più forti dell'UE hanno salvato le proprie banche facendo passare i soldi prima da Atene, non potendoli dare direttamente agli istituti di credito (cosa non permessa, vedi Monte dei Paschi di Siena).
Quindi, al netto delle colpe greche in questa situazione, che ci sono, sia chiaro, l'atteggiamento della Troika è stato non solo crudele, ma addirittura ottuso e miope, perché ha affossato, probabilmente per sempre ed in maniera irrecuperabile, l'economia di uno stato membro.
Ma a questo punto, allora, a me viene da chiedermi: ma qual è la vera intenzione della Troika? Salvare o no la Grecia? Possibile che tutti gli economisti non si rendano conto che continuando ad applicare l'austerity per soddisfare i creditori Atene non si rialzerà mai e la stessa Unione Europea si troverà con un paese perennemente a rischio default entro i propri confini? E che tale politica in 6 anni non ha fatto altro che indebolire sempre di più i paesi in difficoltà fino a contagiare anche quelli sani (vedi Francia), facilitando proprio quel contagio che in teoria proprio l'austerity doveva scongiurare?
I fatti sono sotto gli occhi di tutti. Inoltre è innegabile che la proverbiale severità dell'UE si è facilmente trasformata in lieve rimprovero quando rivolto alla Germania e ai suoi sforamenti. Perché ci sono, bisogna ricordarselo. La Germania è un paese assai poco virtuoso in tema di rispetto dei canoni dettati dall'UE. Da diversi anni ha un surplus di esportazioni rispetto al consentito che richiederebbe una sanzione, così come lo sforamento del patto di stabilità e di ogni altra convenzione tra gli stati membri dell'UE. Ma se Italia, Spagna ed anche Francia (per non dire di Grecia e Portogallo) sono continuamente sotto la minaccia di una sanzione che sarà sicuramente applicata qualora venga sforato il famoso tetto del 3% tra debito e PIL, per la Germania e il suo surplus di esportazioni il discorso non vale. La Germania continua a fare quel che vuole per il bene della proprio economia interna, infischiandosene dei trattati e delle timide tiratine d'orecchi da parte di Bruxelles. Come mai? Cioé, non come mai se ne infischi. Come mai gli sia permesso di infischiarsene e non venga sanzionata? Perché è questo il grave. E poi, perché diavolo la Germania dovrebbe avere una tale voce in capitolo sulle situazioni degli altri paesi? Perché la Merkel dovrebbe essere un interlocutore che Tsipras (ed anche Renzi o Hollande) dovrebbe considerare al pari dell'UE? Mica la Germania è il paese capo dell'Unione Eurpoea. ... o no?
La Germania è un paese membro come qualsiasi altro. Può esprimere la sua opinione, ma non la si dovrebbe guardare come fosse un paese più importante dell'Italia, la Francia, la Spagna o la stessa Grecia. Mentre ad oggi è innegabile che quando la Merkel o Schaeuble parlano gli altri quasi si devono difendere o giustificare. La Merkel è un capo di governo come qualsiasi altro. Schaeuble è un ministro delle finanze come qualsiasi altro. ... o no?
Poi, secondo me è necessario anche parlare del ruolo della BCE. La Banca Centrale Europea da indicazioni sulla politica interna che i vari paesi devono tenere. Impone neanche tanto velatamente austerity e tagli. Alla fine determina le sorti e le scelte dei paesi membri dell'UE che, ricordiamolo, sarebbero ancora Paesi Sovrani. La BCE si comporta come un organismo fattualmente politico, mentre in realtà la BCE dovrebbe essere uno strumento in mano alla politica. Lo ha detto bene Ezio Mauro, il direttore di Repubblica, nell'editoriale on line di ieri. Il fatto è che la BCE assume i connotati di un organismo politico proprio perché manca a tutt'oggi la vera politica a cui la BCE dovrebbe fare da strumento. Si è sostituita, ha coperto un buco, una mancanza che era di competenza della politica ma che la politica ha deciso di non ricoprire. L'Unione Europea è un'unione nei fatti solo monetaria, ma non è certamente un'unione politica, né tantomeno economica. Se fosse un'unione economica e politica, infatti, non avrebbe mai strozzato uno stato membro della proria unione come è stato fatto con la Grecia. Ancorché la Grecia, non scordiamocelo, abbia le sue colpe nelle vicenda. Ma vi immaginate gli USA che, per ipotesi, trattassero uno dei proprio stati come l'UE ha fatto con la Grecia? Fa ridere solo a dirlo, no? Ma gli USA sono per l'appunto un'unione politica ed economica, l'UE no.
Molti, in casa nostra, ce l'hanno con Prodi che fu sicuramente tra i principali fautori del nostro ingresso nell'Euro. Euro che certamente si è poi rivelato un'arma a doppio taglio per un'economia fragile come la nostra (e la stessa cosa è successa con la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Irlanda e infine con la Francia). Ma ricordiamoci anche che Prodi è sempre stato un sostenitore dell'unione politica ed economica, oltre che monetaria, dell'UE. Certo, a conti fatti, forse la mossa di entrare nell'Euro ad oggi ha avuto risvolti più negativi che positivi (ma ricordiamo che anche questa è un'ipotesi, perché la controprova non ce l'abbiamo e non tiriamo fuori l'Inghilterra come ne fosse la dimostrazione, perché non si può davvero paragonare la Sterlina, che è la moneta più forte del mondo -tutt'ora- con la Lira che è sempre stata una delle più deboli e svalutate), tuttavia è molto sciocco e anche qui miope, oltre che facile e questo è tipico dell'italiano medio, puntare il dito contro il più esposto, ovvero Prodi e sostenere ciecamente che fossimo ancora alla Lira staremmo meglio di adesso. Questo è uno dei ragionamenti più irritanti e pressapochisti che sento dire in continuaizone. Puoi supporlo, puoi immaginarlo, ma non puoi proprio esserne sicuro come fosse una cosa evidente. Perché stai tralasciando una serie di elementi spaventosamente importanti. Cosa sarebbe successo ad un paese come il nostro, con una moneta già molto svalutata, e che, ricordiamocelo, ha sempre importato e tutt'ora importa più di quello che esporta, trovarsi ai margini di un colosso come l'UE con una moneta propria, sproporzionatamente più valutata della Lira e con la quale non poter commerciare con un cambio alla pari? No ma, consideriamola questa cosa. Cosa vorrebbe dire convertire le Lire in Dollari per comprare petrolio, piuttosto che Euro in Dollari come facciamo ora. L'idea dell'Euro in questo senso era certamente molto buona, ma perché il giochetto funzionasse, tutta l'Europa avrebbe dovuto cominciare a ragionare come un organismo unico, non solo dettando uniche regole e prerenderne il rispetto, ma proprio come un unico paese, un unico direttivo che avrebbe dovuto rapportarsi verso i suoi paesi componenti come un governo centrale di uno stato membro farebbe con le amministrazioni regionali dei proprio distretti.
Dettare regole ma aiutare anche lo sviluppo. Non dettare regole, punire e lasciare i paesi a cavarsela da soli contro le sanzioni. Non può funzionare così. E lo stesso Prodi lo ha ribadito moltissime volte, anche quando fu presidente dell'UE. Ma allora perché non è stato fatto?
Eh, perché in realtà il meccanismo per ora funziona che chi sta bene non vuole certo mettere in comune il proprio benessere (Germania e paesi del Nord Europa), mentre chi sta male bussa alla porta di chi sta bene e gli viene risposto picche. Poi, certo, se chi sta male ha delle colpe per la situazione in cui si trova, queste non vanno scordate, ma non va nemmeno scordato che se veramente vuoi creare un organismo unico allora devi permettere a tutte le aree che compongono quell'organismo di avere una prospettiva almeno futura di benessere. Se un dito ti fa male e anziché curarlo decidi ti staccartelo via, questo avrà ripercussioni sul benessere dell'intero corpo. Poi magari il corpo sopravvive lo stesso, ma non potrà mai riavere lo stesso livello di efficienza di quando aveva tutte le sue parti integre, sane e funzionanti.
Quindi, in summa, cosa intendo dire?
Che Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, ecc... hanno le loro colpe. Innegabile. Sacrosanto.
Vanno sanzionate, bisogna rimmetterle in riga. Perché è vero che questo è per prima cosa interesse loro. Se anche attraverso qualche brusca tirata di orecchie un paese si rimette in carreggiata, il primo ad avvantaggiarsene sarà il paese stesso e il suo popolo tutto. Ma se un paese si ritrova zoppicante, anche per colpe sue, e tu anziché aiutarlo a guarire dandogli una medicina, ancorché magari amara, lo corchi di mazzate fino a stenderlo, non puoi pensare che ne abbia a che giovarsene. Non puoi pensare che guarisca e torni magicamente a smettere di zoppicare grazie alle legnate, no? E' questione di logica.
Per questo dico che la posizione di Syriza è tutt'altro che euroscettica. Syriza dice una cosa sacrosanta: se volete che la Grecia si rimetta a posto e cominci a produrre ricchezze, per il benessere anche del resto d'Europa, dovete allentare il cappio o perirà di stenti e alla fine anche la vostra ricchezza aggiuntiva, il benessere in più che la Grecia può portare all'Europa, andrà a farsi benedire.
Questa è economia, dal mio punto di vista. Posticipare un piccolo incasso ora, per poterne avere uno più grande in futuro.
Il programma di Syriza potrebbe sembrare euroscettico, invece io la penso totalmente al contrario.
Syriza ha buttato finalmente sul banco, in maniera istituzionale, passando attraverso un voto valido e che va riconosciuto come tale (mica è un colpo di stato), che la Grecia non intende più sottomettersi ad una politica che, in questi anni in cui la Troika ha praticamente governato il paese, ha gettato il suo popolo nella disperazione e nella miseria.
Ma, e qui sta il nodo, non è solo un discorso etico, non è solo una volontà di ribellione a politiche stringenti che creano disagio sociale. E' questione di semplice logica. Non matematica, logica.
La matematica è stato l'ingrediente fondante delle politiche che l'UE ha imposto agli ellenici da quando la crisi ha colpito il paese. La matematica dice, io ti do dei soldi che usi per fare delle robe, e tu tagli le tue spese per restituirmeli. Come, dove e perché non mi interessa, basta che tagli. Questo ha portato i vari governi che si sono succeduti a dover rientrare di una certa somma ad ogni scadenza prevista, e per non sgarrare, anziché introdurre riforme strutturali che avrebbero bonificato l'intero asset in tempi ragionevolmente più lunghi (anche se altrettanto ragionevolmente lo avrebbero fatto in maniera duratura), per soddisfare la matematica dei creditori sono stati fatti tagli scriteriati, laddove si sapeva che si sarebbero potuti pescare soldi in fretta e in quantità: sanità, pubblica amministrazione, pensioni... insomma, lo stato sociale. La matematica ha quindi smontato la società greca pezzo per pezzo, riducendo la popolazione alla miseria e intruducendo un paradosso che la matematica pura non può calcolare: se io ad una nazione tolgo tutto il benessere, la sua economia non può che implodere.
La matematica può calcolare i conti, le cifre, fa freddi calcoli, magari anche molto complessi. Ma la matematica non sempre c'azzecca con l'economia. L'economia è una disciplina più sottile, che deve tenere conto di fattori che esulano le semplici operazioni di più, meno, per, diviso. L'economia non può guardare solo al far quadrare un conto nel presente. L'economia è una disciplina che tra i suoi principi fondanti ha proprio quello di dover sempre tenere lo sguardo al futuro. Io faccio una cosa perché poi ne accadrà un'altra. Io spendo e aspetto per guadagnare di più in futuro, anziché spendere ed incassare subito per guadagnarci niente. La matematica tende all'equilibrio (i più e i meno devono equipararsi), l'economia tende al disequilibrio, dove se non ho la possibilità di avere un segno più, non sto nemmeno a farla una cosa, non mi accontendo di uno 0, non mi accontento di non perdere nulla. Ma, sia chiaro, non è che l'economia non c'entri nulla con la matematica. L'economia è fatta anche di matematica. Ma non solo. L'economia è fatta in egual misura di matematica e di logica.
Ecco, nelle politiche di austerity imposte dalla Troika alla Grecia (e non solo) l'aspetto che manca è proprio quello della logica. Se io ad una macchina tolgo benzina, come posso pensare che questa farà più strada di prima?
Troppo bersaniana come metafora? Beh, fateci l'abitudine, perché secondo me Bersani è uno dei pochi politici che meritano un minimo di stima in Italia. Quindi, anzi, rilancio.
Se ad un certo punto mi accorgo che la mia auto, nell'arco di un mese, per esempio, mi fa spendere troppo in benzina, perché ha iniziato a consumare di più, probabilmente sarà per qualche guasto avvenuto ad una qualche parte del motore. A questo punto potrò agire in due modi, per ritornare a spendere in benzina quello che pendevo prima.
Il primo, matematico, è quello di mettere la stessa quantità di benzina di prima, in modo da non spendere di più e portare il mio saldo tra prima e dopo il guasto di nuovo a zero. Così, si, avrò fatto in modo di ritornare a spendere la cifra di prima e quindi a non dover superare il budget stabilito in una mensilità per il carburante. Ma così il guasto al motore rimarrà e quindi mi troverò nel paradosso in cui la macchina che continuerà a consumare più benzina di quella che il mio budget mi consente di metterci, probabilmente finirà per constringermi a rinunciare ad essa per qualche giorno ogni mese, poiché mi troverò con il serbatoio vuoto. Ma questo avrà probabilmente delle conseguenze. D'altronde se prendevo l'auto tutti i giorni sarà stato perché mi serviva, magari per andare a lavorare, quindi potrebbe essere che sarò costretto a saltare ogni mese qualche giorno di lavoro, con conseguente alleggerimento della busta paga (se non addirittura perdendo il posto). Quindi alla fine il mio budget benzina non sarà in saldo negativo, ma la mia economia generale ne avrà risentito e ne risentirà a tempo indefinito. Mi è convenuto, quindi, fermarmi al semplice calcolo matematico e ristretto a quella sola area, infischiadomene nelle conseguenze? La risposta è facile: no.
Il secondo approccio, logico, è quello di riparare il guasto al motore. In questo modo, magari, spendo un po' di più all'inizio, ma la mia economia non ne verrà intaccata perché le entrate rimarranno quelle di prima e avrò anzi abbattuto una volta per tutte l'eccessiva spesa mensile per il carburante in più, che era dovuta al guasto. Avrò quindi il tempo, economizzando su qualche altro aspetto, magari più futile, delle mie spese mensili, di rientrare della spesa fatta per la riparazione, con calma e senza compromettere nulla di fondamentale della mia economia generale. Così, non compromettendo le mie possibilità di rimanere attivo e mobile, potrò sempre continuare a tenere un occhio al futuro e magari migliorare addittura la mia condizione, diventando magari alla fine anche più ricco.
Ora traduco. In Grecia a mio avviso è stato applicato il primo principio. La Troika ha detto: "Nel vostro sistema c'è una falla, spendete più di quel che guadagnate. Quindi, fermiamo la spesa fino ad arrivare a saldo zero." Peccato che questo abbia portato allo stop anche delle entrate, perché l'economia, e quindi i consumi, sono implosi. Si è alleggerita la busta paga, per tornare all'esempio di prima, anche perché per un certo periodo i titoli di stato greci sono stati estromessi dal mercato. Quindi si, è vero che a quel punto si spendeva poco, ma si guadagnava altrettanto poco, quindi come avrebbe mai fatto la Grecia a far crescere la sua economia? Beh, la risposta è banale e... logica: non si poteva, non poteva farlo. Era in una situazione di stallo. La Troika aveva messo la Grecia in stallo. Come è possibile che un'economia riparta se la gente non ha più soldi da spendere? Perché poi la reazione è a catena: la gente non spende, le aziende non vendono, quindi vanno in crisi, magari chiudono e licenziano. Si creano così altre fasce di popolazione che esccono dal mercato dei consumi, la qual cosa quindi metterà in crisi altre aziende e così via... portando quindi a meno entrate in tasse per lo stato e mandando quindi alla fine tutto il sistema in tilt.
A poco e nulla è servito, a quel punto, consentire di nuovo alla Grecia di poter proporre sul mercato i suoi titoli di credito. Dal momento che l'economia era implosa, i Bond greci sono serviti solo per creare nuovo debito, perché il PIL era collassato. Debito che ormai è diventato insanabile. Come il nostro.
Ma a differenza dell'Italia la Grecia ha anche alla gola la lama del fondo di prestito aggiuntivo che la Troika ha concesso/imposto e che richiede ulteriori scadenze stringenti. Insomma, la Grecia è in una spirale davvero impossibile da superare e il resto dell'UE vuole solo batter cassa, affossandola sempre di più. L'atteggiamento è miope e stupisce che i grandi economisti che affollano i palazzi non se ne rendano conto.
Oltretutto i soldi che la Troika ha versato ad Atene secondo il programma di "aiuti" sono serviti quasi totalmente a ripagare i debiti con le grandi banche tedesce e francesi che detenevano la maggior parte del debito greco. In pratica, sembrerebbe che i paesi più forti dell'UE hanno salvato le proprie banche facendo passare i soldi prima da Atene, non potendoli dare direttamente agli istituti di credito (cosa non permessa, vedi Monte dei Paschi di Siena).
Quindi, al netto delle colpe greche in questa situazione, che ci sono, sia chiaro, l'atteggiamento della Troika è stato non solo crudele, ma addirittura ottuso e miope, perché ha affossato, probabilmente per sempre ed in maniera irrecuperabile, l'economia di uno stato membro.
Ma a questo punto, allora, a me viene da chiedermi: ma qual è la vera intenzione della Troika? Salvare o no la Grecia? Possibile che tutti gli economisti non si rendano conto che continuando ad applicare l'austerity per soddisfare i creditori Atene non si rialzerà mai e la stessa Unione Europea si troverà con un paese perennemente a rischio default entro i propri confini? E che tale politica in 6 anni non ha fatto altro che indebolire sempre di più i paesi in difficoltà fino a contagiare anche quelli sani (vedi Francia), facilitando proprio quel contagio che in teoria proprio l'austerity doveva scongiurare?
I fatti sono sotto gli occhi di tutti. Inoltre è innegabile che la proverbiale severità dell'UE si è facilmente trasformata in lieve rimprovero quando rivolto alla Germania e ai suoi sforamenti. Perché ci sono, bisogna ricordarselo. La Germania è un paese assai poco virtuoso in tema di rispetto dei canoni dettati dall'UE. Da diversi anni ha un surplus di esportazioni rispetto al consentito che richiederebbe una sanzione, così come lo sforamento del patto di stabilità e di ogni altra convenzione tra gli stati membri dell'UE. Ma se Italia, Spagna ed anche Francia (per non dire di Grecia e Portogallo) sono continuamente sotto la minaccia di una sanzione che sarà sicuramente applicata qualora venga sforato il famoso tetto del 3% tra debito e PIL, per la Germania e il suo surplus di esportazioni il discorso non vale. La Germania continua a fare quel che vuole per il bene della proprio economia interna, infischiandosene dei trattati e delle timide tiratine d'orecchi da parte di Bruxelles. Come mai? Cioé, non come mai se ne infischi. Come mai gli sia permesso di infischiarsene e non venga sanzionata? Perché è questo il grave. E poi, perché diavolo la Germania dovrebbe avere una tale voce in capitolo sulle situazioni degli altri paesi? Perché la Merkel dovrebbe essere un interlocutore che Tsipras (ed anche Renzi o Hollande) dovrebbe considerare al pari dell'UE? Mica la Germania è il paese capo dell'Unione Eurpoea. ... o no?
La Germania è un paese membro come qualsiasi altro. Può esprimere la sua opinione, ma non la si dovrebbe guardare come fosse un paese più importante dell'Italia, la Francia, la Spagna o la stessa Grecia. Mentre ad oggi è innegabile che quando la Merkel o Schaeuble parlano gli altri quasi si devono difendere o giustificare. La Merkel è un capo di governo come qualsiasi altro. Schaeuble è un ministro delle finanze come qualsiasi altro. ... o no?
Poi, secondo me è necessario anche parlare del ruolo della BCE. La Banca Centrale Europea da indicazioni sulla politica interna che i vari paesi devono tenere. Impone neanche tanto velatamente austerity e tagli. Alla fine determina le sorti e le scelte dei paesi membri dell'UE che, ricordiamolo, sarebbero ancora Paesi Sovrani. La BCE si comporta come un organismo fattualmente politico, mentre in realtà la BCE dovrebbe essere uno strumento in mano alla politica. Lo ha detto bene Ezio Mauro, il direttore di Repubblica, nell'editoriale on line di ieri. Il fatto è che la BCE assume i connotati di un organismo politico proprio perché manca a tutt'oggi la vera politica a cui la BCE dovrebbe fare da strumento. Si è sostituita, ha coperto un buco, una mancanza che era di competenza della politica ma che la politica ha deciso di non ricoprire. L'Unione Europea è un'unione nei fatti solo monetaria, ma non è certamente un'unione politica, né tantomeno economica. Se fosse un'unione economica e politica, infatti, non avrebbe mai strozzato uno stato membro della proria unione come è stato fatto con la Grecia. Ancorché la Grecia, non scordiamocelo, abbia le sue colpe nelle vicenda. Ma vi immaginate gli USA che, per ipotesi, trattassero uno dei proprio stati come l'UE ha fatto con la Grecia? Fa ridere solo a dirlo, no? Ma gli USA sono per l'appunto un'unione politica ed economica, l'UE no.
Molti, in casa nostra, ce l'hanno con Prodi che fu sicuramente tra i principali fautori del nostro ingresso nell'Euro. Euro che certamente si è poi rivelato un'arma a doppio taglio per un'economia fragile come la nostra (e la stessa cosa è successa con la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Irlanda e infine con la Francia). Ma ricordiamoci anche che Prodi è sempre stato un sostenitore dell'unione politica ed economica, oltre che monetaria, dell'UE. Certo, a conti fatti, forse la mossa di entrare nell'Euro ad oggi ha avuto risvolti più negativi che positivi (ma ricordiamo che anche questa è un'ipotesi, perché la controprova non ce l'abbiamo e non tiriamo fuori l'Inghilterra come ne fosse la dimostrazione, perché non si può davvero paragonare la Sterlina, che è la moneta più forte del mondo -tutt'ora- con la Lira che è sempre stata una delle più deboli e svalutate), tuttavia è molto sciocco e anche qui miope, oltre che facile e questo è tipico dell'italiano medio, puntare il dito contro il più esposto, ovvero Prodi e sostenere ciecamente che fossimo ancora alla Lira staremmo meglio di adesso. Questo è uno dei ragionamenti più irritanti e pressapochisti che sento dire in continuaizone. Puoi supporlo, puoi immaginarlo, ma non puoi proprio esserne sicuro come fosse una cosa evidente. Perché stai tralasciando una serie di elementi spaventosamente importanti. Cosa sarebbe successo ad un paese come il nostro, con una moneta già molto svalutata, e che, ricordiamocelo, ha sempre importato e tutt'ora importa più di quello che esporta, trovarsi ai margini di un colosso come l'UE con una moneta propria, sproporzionatamente più valutata della Lira e con la quale non poter commerciare con un cambio alla pari? No ma, consideriamola questa cosa. Cosa vorrebbe dire convertire le Lire in Dollari per comprare petrolio, piuttosto che Euro in Dollari come facciamo ora. L'idea dell'Euro in questo senso era certamente molto buona, ma perché il giochetto funzionasse, tutta l'Europa avrebbe dovuto cominciare a ragionare come un organismo unico, non solo dettando uniche regole e prerenderne il rispetto, ma proprio come un unico paese, un unico direttivo che avrebbe dovuto rapportarsi verso i suoi paesi componenti come un governo centrale di uno stato membro farebbe con le amministrazioni regionali dei proprio distretti.
Dettare regole ma aiutare anche lo sviluppo. Non dettare regole, punire e lasciare i paesi a cavarsela da soli contro le sanzioni. Non può funzionare così. E lo stesso Prodi lo ha ribadito moltissime volte, anche quando fu presidente dell'UE. Ma allora perché non è stato fatto?
Eh, perché in realtà il meccanismo per ora funziona che chi sta bene non vuole certo mettere in comune il proprio benessere (Germania e paesi del Nord Europa), mentre chi sta male bussa alla porta di chi sta bene e gli viene risposto picche. Poi, certo, se chi sta male ha delle colpe per la situazione in cui si trova, queste non vanno scordate, ma non va nemmeno scordato che se veramente vuoi creare un organismo unico allora devi permettere a tutte le aree che compongono quell'organismo di avere una prospettiva almeno futura di benessere. Se un dito ti fa male e anziché curarlo decidi ti staccartelo via, questo avrà ripercussioni sul benessere dell'intero corpo. Poi magari il corpo sopravvive lo stesso, ma non potrà mai riavere lo stesso livello di efficienza di quando aveva tutte le sue parti integre, sane e funzionanti.
Quindi, in summa, cosa intendo dire?
Che Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, ecc... hanno le loro colpe. Innegabile. Sacrosanto.
Vanno sanzionate, bisogna rimmetterle in riga. Perché è vero che questo è per prima cosa interesse loro. Se anche attraverso qualche brusca tirata di orecchie un paese si rimette in carreggiata, il primo ad avvantaggiarsene sarà il paese stesso e il suo popolo tutto. Ma se un paese si ritrova zoppicante, anche per colpe sue, e tu anziché aiutarlo a guarire dandogli una medicina, ancorché magari amara, lo corchi di mazzate fino a stenderlo, non puoi pensare che ne abbia a che giovarsene. Non puoi pensare che guarisca e torni magicamente a smettere di zoppicare grazie alle legnate, no? E' questione di logica.
Per questo dico che la posizione di Syriza è tutt'altro che euroscettica. Syriza dice una cosa sacrosanta: se volete che la Grecia si rimetta a posto e cominci a produrre ricchezze, per il benessere anche del resto d'Europa, dovete allentare il cappio o perirà di stenti e alla fine anche la vostra ricchezza aggiuntiva, il benessere in più che la Grecia può portare all'Europa, andrà a farsi benedire.
Questa è economia, dal mio punto di vista. Posticipare un piccolo incasso ora, per poterne avere uno più grande in futuro.
mercoledì 29 ottobre 2014
Mica che divento cattolico...
Però 'sto Papa, non so se per scelta di "marketing" o perché ci crede veramente, ma sta cominciando a dire qualcosa di veramente rivoluzionario per la Chiesa.
Ma non mi faccio abbindolare. Si sa che il vero potere ecclesiale non sta tutto nelle mani del Pontefice. Ci sono i Cardinali. Che contano, eccome se contano.
La rinuncia di Benedetto XVI, sostituito da un Papa così diverso nelle opinioni, nel modo di esprimersi e di comportarsi. Persino di vestirsi. Sono i Cardinali che l'hanno scelto del resto, no? Quindi ci sarà stata anche la volontà di cambiare la strategia comunicativa dell'istituzione tutta, giusto? Perché non restino equivoci: strategia di comunicazione = marketing.
Ma torno al punto di partenza, fosse anche per marketing ben venga che la Chiesa cominci ad appoggiare certe battaglie e certe idee. Di certo, visto il potere d'influenza che ha sulla grande mole di persone che cattoliche sono, non può che aiutare.
Ah, tra parentesi, che il Vangelo (inteso come quello che viene identificato dalla CEI come il vangelo ufficiale) fosse di stampo social-comunista io e il mio amico Paolo lo sosteniamo dal lontato 1999. Non cominciamo a fregare, eh.
- Chi siamo noi per giudicare?
- Si alle unioni civili anche omosessuali
- La Chiesa deve essere povera (questa la voglio vedere...)
- Sono comunista come lo è il Vangelo (questa è di oggi)
Ma non mi faccio abbindolare. Si sa che il vero potere ecclesiale non sta tutto nelle mani del Pontefice. Ci sono i Cardinali. Che contano, eccome se contano.
La rinuncia di Benedetto XVI, sostituito da un Papa così diverso nelle opinioni, nel modo di esprimersi e di comportarsi. Persino di vestirsi. Sono i Cardinali che l'hanno scelto del resto, no? Quindi ci sarà stata anche la volontà di cambiare la strategia comunicativa dell'istituzione tutta, giusto? Perché non restino equivoci: strategia di comunicazione = marketing.
Ma torno al punto di partenza, fosse anche per marketing ben venga che la Chiesa cominci ad appoggiare certe battaglie e certe idee. Di certo, visto il potere d'influenza che ha sulla grande mole di persone che cattoliche sono, non può che aiutare.
Ah, tra parentesi, che il Vangelo (inteso come quello che viene identificato dalla CEI come il vangelo ufficiale) fosse di stampo social-comunista io e il mio amico Paolo lo sosteniamo dal lontato 1999. Non cominciamo a fregare, eh.
giovedì 23 ottobre 2014
That's life... (?)
Una volta, parlando di tutt'altro, scrissi in un inciso che la vita non è né bella né brutta, semplicemente ha delle regole entro cui devi stare e che se sai sfruttare poi in genere ne vieni ripagato. Magari non nel modo che ti aspetti o con la "valuta" che ti aspetti, ma in genere ne vieni ripagato.
Già ma, aggiungo ora, forse c'è anche da dire che la sensazione di appagamento può essere soggettiva. Cioé... magari in qualche modo vengo effettivamente ripagato per le mie azioni, ma quel modo chi l'ha detto che sia per me sufficientemente soddisfacente? Mettiamo che io abbia un estremo bisogno di soldi, tanto per fare l'esempio più terra terra, ma il mio modo di comportarmi mi premierà, anziché con la pecunia, con il calore delle gente che mi circonda... sarà sufficiente tale ricompensa a colmare le lacune lasciate dalla mancanza del vil denaro che invece tanto m'abbisognerebbe? La risposta (almeno per me) potrebbe essere "si", se il denaro mi servisse solo per comprare la macchina figa o un nuovo aggeggio tecnologico o permettermi di vivere in una casa con i doppi vetri in tutte le finestre. Ma se quei soldi invece mi abbisognassero per sfamare la mia famiglia? Per conservare un tetto sulla testa? Per permettere alla prole di non sentirsi dissimile da tutti gli altri bambini che incontrerà nei vari contesti tipici dell'infazia (asilo, scuola... & Co.)? Potrei lo stesso sentirmi appagato?
E se all'improvviso tale necessità diventasse definitivamente pressante, da un giorno all'altro, senza preavviso, senza orizzonti? Sarebbe ancora possibile filosofeggiare sui vari modi in cui l'esistenza può ripagarti?
Come si può vedere in questo post ci sono un sacco di domande. Perché non ho risposte. E' un modo per esternarle. Le domande. Chissà che dai che ti ridai qualche risposta non ne venga fuori.
Già ma, aggiungo ora, forse c'è anche da dire che la sensazione di appagamento può essere soggettiva. Cioé... magari in qualche modo vengo effettivamente ripagato per le mie azioni, ma quel modo chi l'ha detto che sia per me sufficientemente soddisfacente? Mettiamo che io abbia un estremo bisogno di soldi, tanto per fare l'esempio più terra terra, ma il mio modo di comportarmi mi premierà, anziché con la pecunia, con il calore delle gente che mi circonda... sarà sufficiente tale ricompensa a colmare le lacune lasciate dalla mancanza del vil denaro che invece tanto m'abbisognerebbe? La risposta (almeno per me) potrebbe essere "si", se il denaro mi servisse solo per comprare la macchina figa o un nuovo aggeggio tecnologico o permettermi di vivere in una casa con i doppi vetri in tutte le finestre. Ma se quei soldi invece mi abbisognassero per sfamare la mia famiglia? Per conservare un tetto sulla testa? Per permettere alla prole di non sentirsi dissimile da tutti gli altri bambini che incontrerà nei vari contesti tipici dell'infazia (asilo, scuola... & Co.)? Potrei lo stesso sentirmi appagato?
E se all'improvviso tale necessità diventasse definitivamente pressante, da un giorno all'altro, senza preavviso, senza orizzonti? Sarebbe ancora possibile filosofeggiare sui vari modi in cui l'esistenza può ripagarti?
Come si può vedere in questo post ci sono un sacco di domande. Perché non ho risposte. E' un modo per esternarle. Le domande. Chissà che dai che ti ridai qualche risposta non ne venga fuori.
martedì 22 luglio 2014
Perché scrivo della Montagna
Perché...
Già, perché?
Allora... uhm... la storia è un po' lunghetta. E arzigogolata.
Comunque, fatto sta che io non è che sia appassionato di montagna da qualche anno o da un decennio. Io sono appassionato di montagna da sempre. Da quando ho memoria del mondo.
Sono nato in città, come quasi tutti. In una città di mare, per giunta. Vabbé, mare o come lo vogliamo chiamare.
Ma io e il mare non è che siamo mai stati molto amici. Da piccolo ci andavo, trascinato dai genitori. E tutto sommato mi ci sono anche divertito ogni tanto. Come ci si diverte ogni tanto anche quando si esce al Sabato sera con qualcuno che non significa granché per te, ma che tutto sommato per quella volta può pure andare bene, tanto per non stare in casa.
Ma, appunto, come succede con una persona che non ha un gran significato nella tua vita, se per un po' ti perdi di vista non è che ti senti il cuore straziato e lacerato.
No, se per un po' perdi di vista quel qualcuno, potrà venirti in mente ogni tanto onde chiederti: "Boh, chissà se quello/a là è ancora vivo? Bah, forse si, sennò mi avrebbero informato del funerale. Meglio, un'occasione in meno per essere costretto a mettermi giacca e cravatta. Con sto caldo poi... La gente che crepa a Luglio non ha proprio creanza. Comunque, sempre meglio di chi a Luglio si sposa. Perché almeno dopo il funerale mica c'è il pranzo lunghissimo e spossante, e puoi tornare subito a casa, cambiarti e magari riesci anche a vedere l'arrivo della tappa del Tour. Oh, grande Nibali quest'anno, eh!.... Ma a cos'è che stavo pensando all'inizio?...".
Funziona così, no? Con le persone poco importanti, dico.
E per me lo stesso è con il mare. Si, per carità, anche lui ha diritto di esistere. Però non è che ci si debba incontrare tutte le volte. Ognun per sé. Se poi casualmente ci si becca in giro, allora può pure andar bene. Ma mica che diventi una roba d'impegno.
Così, quando finalmente diventai grandicello e mi allontanai dalle compagnie filomarittime, potei finalmente dedicarmi segretamente a lei: la Montagna! Si, segretamente. Perché quando hai 17 anni e tutti i tuoi amici d'estate vogliono andare in spiaggia per sfoggiare i loro brufoli davanti a coetanee in bikini che a forza di voltarsi dall'altra parte per ignorarli a 20 anni si ritrovano tutte con una distorsione cronica del rachide cervicale e tu invece ti lasci scappare che preferiresti andare in montagna a passeggiare nei boschi e scoprire se sono nati i primi funghi dopo qualche giorno di pioggia... cioé, socialmente sei morto. Morto!
Non so se mi spiego. A 17 anni devi stare più attento a quello che dici di Papa Ratzinger quando parla dell'Islam all'Università di Ratisbona. Papa Ratzinger ha le Guardie del Corpo. Svizzere e vestite come nemmeno un daltonico, ma sempre Guardie sono. Tu no. Tu se ti fai scappare una parola sbagliata, un concetto contro corrente, una citazione colta, sei socialmente morto. MORTO!
E infatti ci fu un periodo abbastanza lungo in cui in montagna non andai quasi per nulla. Diciamo tra i 14 e i 20 anni, si. Appunto per le succitate compagnie e per l'età complicata in cui fare coming out.
Tuttavia, il pensiero non ne era completamente distolto. Il bosco, la natura, i ruscelli... trovai un palliativo. Un sostituto. La pesca sportiva. Fino ai 22 circa anni io sono stato un malato di pesca. Ci ho speso tutti soldi che ricevevo dai regali e le paghe dei lavoretti estivi (che poi lavoretti... lavoretti un cazzo: quando facevo il cameriere in albergo lavoravo 7 giorni su 7 per 10 ore al giorno di media senza nessun giorno di ferie o malattia... altro che lavoretti!).
Collezionai annate intere della gloriosa Pesca In, la rivista più importante del settore di quegli anni. Divoravo gli articoli di Fausto Buccella, Mario Molinari, Milo Colombo, Michele Marziani... ma soprattutto Elvio Scarrone. Gli altri scrivevano articoli, recensioni, commenti tecnici. Elvio Scarrone scriveva, scriveva nel vero senso della parola. Raccontava, ti trascinava dentro e ti portava sui suoi ruscelli, indietro negli anni a volte, nei giorni freddi delle aperture dell'ultima domenica di Febbraio, quando si dirigeva nel "suo posto" al torrente, studiato puntigliosamente nei mesi precendenti, facendosi largo nella neve con le energie residue dalla notte insonne e nascondendo la barba nera sotto il colletto del maglione. Aveva un modo di scrivere sensazionale!
Oltretutto le sue narrazioni si svolgevano proprio in montagna, su torrenti piccoli, spesso raggiungibili solo dopo un bel tragitto in macchina e una bella faticata a piedi.
Dentro al bosco, silenzioso, solitario, spesso freddo e apparentemente addormentato.
Benché io a quell'epoca praticassi una pesca assai diversa dalla sua, essendo per conformazione territoriale la mia casa molto più vicina a laghi e stagni, piuttosto che a fiumi e torrenti, i suoi articoli li attendevo con ansia e li leggevo e li rileggevo di continuo. Come se a forza di leggere potessi finalmente essere assorbito dalle pagine della rivista e poter trovarmi all'interno delle storie raccontate. Poter vivere quegli ambienti, quelle atmosfere, quegli stati d'animo di fatica e conquista.
Infatti pian piano mutai le mie abitudini di pescatore e passai da una pesca statica e d'attesa, ad una di movimento più attiva, cambiando tipologia di prede e accontentandomi anche di una sola cattura a costo di tanta fatica in grado però di portarmi una soddisfazione maggiore. Tengo a precisare, per i benpensanti, che praticavo (come la maggior parte dei pescatori facevano e fanno) il catch and release, ovvero, una volta catturato, il pesce veniva slamato con accortezza e poi rilasciato.
Negli ultimi anni della mia attività di pescatore sportivo, migrai sullo spinning. Ovvero la pesca con le esche artificiali (cucchiani, minnows e tutta quella serie di robette di plastica che costano un occhio e che rischi di perdere ad ogni lancio). Iniziai a frequentare il fiume della mia città. Fiume o come lo vogliamo chiamare. Sognando fario autoctone ed esultando per un cavedano plebeo.
Ma come nacqui pescatore? Riassumendo un breve excursus, il mio battesimo come pescatore lo ebbi a 6 anni partecipando ad una gara di pesca alla trota in laghetto organizzata dal CRAL dell'azienda in cui lavorava mio padre. Fu un segno del destino, si potrebbe dire, perché il culo dei principianti (e la pochezza anche degli avversari) mi permisero di vincere sia il primo premio nella graduatoria dei piccoli che quello in quella degli adulti, superando e non di poco il peso in catture del secondo classificato. Mi aggiudicai una coppa e una canna con mulinello (niente di ché, ma già molto meglio dell'attrezzatura che possedeva ognuno che quel giorno aveva partecipato alla gara).
Dissero che in realtà era stato mio padre a catturare le trote e che poi le avesse date a me per farmi vincere, ma così non era e i pescatori che in postazione erano vicini a noi durante la gara testimoniarono l'accaduto. I premi mi vennero aggiudicati, nonostante diverse proteste. Incredibile comunque come anche in una gara domenicale del CRAL vi sia gente pronta a far polemica per un coppa con un bambino.
Negli anni seguenti partecipammo altre due volte a gare organizzate dal CRAL, arrivando io secondo e mio padre terzo e viceversa. Entrambe le volte capitò a noi quello che era capitato quella volta agli altri, un principiante ci aveva superato per una botta di fortuna e si era aggiudicato il primo premio. Ma così va la pesca e infatti noi non protestammo mai. Ma a parte queste due occasioni decidemmo di non prendere più parte a queste iniziative, perché ogni volta che ci presentavamo al campo di gara c'era sempre qualcuno che iniziava a bestemmiare. Non è che fossimo dei campioni, ma noi a differenza di quasi tutti gli altri sapevamo pescare, perché in quegli anni ci andavamo spesso e sapevamo affrontare ambienti e situazioni diverse, e finiva sempre che bene o male uno o due premi grossi li portavamo via. Questo ovviamente non piaceva né agli altri partecipanti né al CRAL che organizzava, perché poi si beccava le polemiche. Per noi invece pescare voleva dire divertirsi, di rotture di balle non ne avevamo pezza e decidemmo di lasciarle agli altri.
Qualche anno dopo passai alla pesca alla carpa, sempre in lago e al catch and release. Era la moda del momento, mentre fino a pochi anni prima lo era stata la trota che una volta pescata si portava a casa e si stipava in congelatore (oddio, noi la mangiavamo anche). Comprai con le mance del lavoro estivo una canna inglese per la pesca medio-pesante a fasce di carbonio intrecciate e iniziai a frequentare le cave e i laghetti "selvatici". Imparai la tattica, oltre che la tecnica, capendo quale fosse il luogo migliore in un ambiente acquatico in cui concentrare gli sforzi. Imparai a seconda delle stagioni quali esche si rivelavano più appetibili e come preparare già da una settimana prima il "campo di battaglia". Insieme ad un amico ci focalizzammo sulle nuove tecniche e i materiali che venivano dall'Inghilterra, ricavandone un compromesso accettabile con quel che finanziariamente potevamo comprarci e quello che non arrivandoci coi soldi ci fabbricavamo in casa. Ma questa fase durò relativamente poco. Mi tolsi anche delle belle soddisfazioni: le grosse carpe nate e cresciute in cava sono dei treni a vapore e quando le agganci inizia una lotta che può durare parecchio, specialmente se l'ambiente è ricco d'ostacoli sia visibili che sommersi. Ma, come dire... non era la mia pesca. Si, il combattimento con una carpa da 8-10Kg. contrastata con una canna inglese, seppure rinforzata, non è certo cosa noiosa, ma stare seduto ad attendere, seppur nemmeno questo mi annoiasse, non era comunque ciò che sentivo completamente appagante.
Riniziai con la trota in laghetto, perché più dinamica e attiva. Nel frattempo anche questo genere di pesca era cambiato radicalmente, i galleggianti erano pressoché spariti dalla circolazione e chi si ostinava ad adoperarli era considerato nel migliore dei casi un antiquato, nel peggiore uno sfigato/incapace.
Erano nate nuovi tipi di canne da pesca insieme ad una nuova tecnica: la "tremarella". D'altronde è pur vero che la trota è un predatore e la vecchia pesca statica con il galleggiante e il verme ciondolante a mezz'acqua non era in effetti particolarmente indicata. Al posto dei vecchi galleggianti, il mercato fu invaso da piombini allungati che andavano dai 3 ai 7 cm e che avevano la stessa misura di peso in grammi (3-7gr.) e da aggeggi ancor più strani che servivano per pescare le trote al largo nelle grandi cave: le bombarde. L'obiettivo sia dei piombini che delle bombarde era quello di avere una zavorra idrodinamica in grado di permettere di lanciare in distanza ma di non fare affondare la lenza quando veniva recuperata dal pescatore. In questo modo una volta effettuato il lancio e aver fatto affondare la lenza alla profondità desiderata, si iniziava l'azione di recupero, che era poi quella di pesca vera e propria, essendo abbastanza sicuri che la lenza avrebbe viaggiato sempre alla stessa profondità.
E qui subentrava l'abilità del pescatore. Bisognava non solo recuperare con il mulinello infatti, ma accompagnare l'avvolgimento del filo con una serie continua di colpetti, strappetti, movimenti del cimino che davano all'esca un andamento "tremarellante" oltre che rotante. Se si era bravi a metterlo in pratica, il sistema funzionava alla grande con le tonte trotelle d'allevamento immesse nei laghetti a pagamento.
All'inizio la taglia medie delle trote era intorno ai 3-500gr. con una media di 6-8 catture al giorno. Ma ben presto i pescatori divennero competitori, dimenticando il gusto della cattura sudata e ricercata, e volendo invece solo fare mattanza. Ogni Domenica si facevano gare e per accontentare questa fame di catture dei pescatori, i gestori diminuirono sensibilmente la taglia dei pesci per poterne immettere un quantitativo maggiore.
L'ultima volta che andai a pescare le trote in laghetto, ne catturai in tre ore una quindicina di cui la più grossa sfiorava il ragguardavole perso di 150gr. Inoltre senza doverci mettere nessun impegno o dovermi inventare alcunché.
Che cazzo di senso aveva? La pesca è una sfida. Devi imparare a leggere le condizioni e capire dove stazionato i banchi di pesci a seconda della temperatura, del vento, della presenza del sole o meno. Se io immetto una tale quantità di trote da farle stare quasi strette nel poco spazio a disposizione, ovvio che basta gettare l'amo in un punto qualsiasi del lago, a qualsiasi profondità, per stare sicuro di far cadere l'esca a tiro di qualche ingenuo avvannotto appena svezzato.
Oltretutto chi partecipava ogni settimana alla gara prevista (e vi assicuro che ce n'era di gente, al tempo) che ne faceva di tutte quelle trote? Le buttava, ecco che ne faceva. Dopo la pesa e l'assegnazione dei premi, la maggior parte delle catture veniva gettata nel cassonetto poco fuori dai cancelli del laghetto o in quello vicino a casa dopo aver mostrato le prede alla famiglia. Perché le carpe di possono rilasciare e sopravvivono, ma la trote sfortunatamente no. Sono più delicate e comunque d'estate nei poco profondi laghetti artificiali morirebbero tutte comunque. Così, una cosa e pescare e portare a casa 5-6 pesci. Un po' li mangi la sera un po' li congeli o li regali, e vabbé amen. Una cosa e pescare 30-40 trote da un etto tutte le settimane. Ovvio che non riuscirai mai a mangiarle tutte. Quindi finiscono nel cassonetto.
Non sono un animalista, non di quelli integralisti che si leggono anche in rete, ma una roba così è un insulto alla vita. E infatti anche questa pesca l'abbandonai.
Mi spostai di nuovo verso le cave selvatiche e i fiumi, e come dicevo sopra approdai allo spinning che fu veramente, per quel poco che durò, la mia pesca ideale. Attiva, tattica, tecnica e soprattutto rispettosa, perché mi permetteva di pescare allamando i pesci sulle parti più esterne della bocca e, quando poi iniziai a pescare con gli ami senza ardiglione, di poter rilasciare tutte le prede con solo una feritina su labbro piccola come la puntura di un ago. Quindi senza che riportassero conseguenze per la loro sopravvivenza.
Fui un mattatore di black bass, un discreto cavenadista, presi pure qualche trota ma non riuscii mai ad allamare un luccio, che pure era invece la preda più ambita. E vabbé, non sempre si vince.
Ma con il passare degli anni, altre esigenze fecero capolino nell'economia delle mie giornate. La morosa, gli amici, finalmente quelli veri e una mole maggiore di impegni. L'università, gli esami, il costo dei libri... mal si accordavano con tutte le esigenze di tempo e denaro che la pesca richiedeva. Così pian piano, quasi senza nemmeno accorgermene, la abbandonai.
Terminata anche questa parentesi per qualche anno, sul versante "natura" rimasi molto meno attivo. Però quello che della pesca mi piaceva, ovvero la libertà, lo stare in mezzo alla natura, non mi abbandonò di certo, anche perché in realtà fu proprio quella la spinta verso la pesca stessa.
In quegli anni, poco prima che la mia carriera piscatoria terminasse, iniziai infatti a tornare al Pincio. Il Pincio è un monte degli Appennini di questa parte d'Italia ed è li che capii cosa stava all'origine di tutto il mio mondo ideale. Capii perché mi piacesse fare ciò che mi piaceva fare e perché al contrario altre attività non mi trasmettessero alcunché. Li capii perché la pesca e non il wind surf. Li capii perché camminare e non nuotare. Li capii perché le castagne e non le cozze. Io ero un montanaro, finalmente era chiaro. Niente sabbia e alghe, ma terra e alberi. Quella era casa mia.
Ma perché tutto ciò diventasse evidente, dovette arrivare un periodo abbastanza cupo.
Era il secondo anno di Università a Bologna. Avevo dato pochissimi esami ed anzi, avevo collezionato più bocciature che altro. Bologna era una città che mi stava troppo grande. A 20 anni io mi ci perdevo, mi ci divertivo anche per carità, ma non era per me possibile concentrarmi, li. Non sapevo organizzarmi e le scadenze mi arrivavano addosso con violenza, nonostante chiunque altro avrebbe avuto tutto il tempo e il modo per prepararsi e non farsi travolgere. E infatti gli altri lo facevano. Era a me che non riusciva.
Maturai infine l'idea che era necessario chiudere quel capitolo. Stavo facendo spendere soldi ai miei genitori, perché i miei fondi non bastavano di certo per pagare retta, libri e affitto dell'appartamento, e non portavo a casa nessun risultato. Bisognava porre subito fine a quella perdita di soldi e di tempo, e lo feci. Feci forse la prima cosa da adulto, sobbarcandomi le conseguenze di un mio fallimento. Non sarei mai diventato un Chimico Farmaceutico. I parenti già rumoreggiavano.
Ma i miei genitori non mi fecero mai pesare la cosa. Loro si, davvero lungimiranti, capirono che calcare la mano avrebbe avuto come unico effetto quello di ficcarmi sempre più in un gorgo da cui in quel momento di molta confusione avrei fatto una gran fatica ad uscire. Fecero una cosa all'apparenza banale, ma che al contrario denota grande forza, saggezza e anche fiducia nei miei confronti: mi lasciarono libero.
Dopo qualche mese, infatti, tornai a respirare di nuovo e vedere un po' più chiaramente e serenamente il futuro. Monte Pincio fu un luogo ideale, riparato, accogliente, in cui raccogliere i pensieri e ripartire. Le brevi ma più frequenti parentesi che riuscivo a passare in quei luoghi mi ridiedero slancio, perché mi facevano vedere il mondo da un'altra prospettiva, soprattutto perché li, alla Casa del Pincio, ci andavo proprio con i miei genitori che durante le lunghe serate davanti al camino mi raccontavano della loro vita passata a fare i conti ogni giorno con la povertà, con le emergenze e mi fecero capire che se ce la avevano fatta loro a crearsi una vita soddisfacente che erano partiti da niente, ci sarei riuscito anche io. La mattina poi ci si alzava presto e con mio padre facevamo sempre una passeggiata fino alla cima del monte, prima di colazione. Guardavamo il bosco svegliarsi pian piano, mentre il sole sorgeva lentamente in quei giorni d'autunno. Le giornate erano scandite dal ritmo del giorno stesso, non da orologi e programmi televisivi. Capii che gli impegni, il lavoro, l'univerisità, gli esami, sono cose importanti ma non sono il mondo. Il mondo fuori ci sarà sempre, che tu sia un chimico farmaceutico o un operaio. Ci sono doveri che per il nostro ruolo o professione dobbiamo sbrigare, ma non dobbiamo permettere a questi di consumarci la vita, perché la vita è altrove. E' quella che si vive con le persone care, magari condividendo lo spettacolo di un'alba al Pincio. Quest'occhio più sereno sulla quotidianità contribuì alla volontà di volerla sfidare di nuovo, proprio perché le aveva ridato la sua giusta importanza e prospettiva.
Da quando, in quell'autunno, tornai a frequentare la casa al Pincio, mi dissi che non sarei mai più rimasto così tanto tempo lontano da quei luoghi.
Terminata l'esperienza universitaria a Bologna, l'estate successiva iniziai a lavorare come magazziniere. Tornai alla base, al lavoro manuale e di fatica, ma sereno e senza tanto stress. Incontrai persone semplici e vere che non mi giudicarono perché avevo abbandonato l'università prima di approdare li, ma anzi mi chiedevano tutti curiosi che cosa si facesse per davvero in un'università. Qualcuno mi chiamava Doc, anche per percularmi naturalmente, ma bonariamente e quando il mio contratto da estivo giunse alfine al termine tutti, TUTTI, i miei colleghi mi spinsero a riscrivermi all'Università. Naturalmente era un'intenzione che già covavo dentro di me, ma ammetto che quella spinta non fu così secondaria per farmi prendere la decisione definitiva di riprovarci.
Nel frattempo però, qualcosa della precedente esperienza universitaria era rimasto e si stava anzi rafforzando. Claudio, mio grande amico sin dai tempi del Liceo, fu poi mio compagno di appartamento per i due anni in cui frequentai Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Fu molto dispiaciuto quando gli comunicai la mia decisione di ritirarmi, ma per fortuna tale decisione non ebbe conseguenze sulla nostra amicizia anche perché non ci perdemmo certo di vista, dato che tutti week end comunque anche lui tornava nella nostra città natale.
Prima di compiere il decisivo passo indietro, inoltre, ebbi l'occasione di conoscere anche Stefano e Donato. Non diventammo amici da subito. Molto per colpa della mia timidezza dell'epoca e un po' perché una volta terminata la mia esperienza a Bologna ebbi pochissime occasioni per vederli nei mesi subito successivi. Stefano abitava proprio a Bologna, mentre Donato era di Forlì. Il week end non scendevano certo a Rimini come Claudio.
Però Stefano a Rimini ci veniva sempre in estate e fortunatamente per tre mesi quasi interi. Fu durante l'estate successiva, infatti, che diventammo veramente amici. Una sera mentre era in macchina con me, per questioni di convivenza in abitacolo si stavano facendo due chiacchiere generiche, mentre percorravamo un imbottigliatissimo lungomare (a quel tempo i turisti qua non mancavano mai). Dal parlare del più e del meno, finimmo in poco tempo a parlare di argomenti sempre più personali che in quegli anni ruotavano sempre e immancabilmente intorno alla ragazza di turno che non ricambiava il nostro interesse. Ci scoprimmo così molto simili, anche nella nostra poca fortuna con l'altro sesso e nelle settimane successive cominciammo a vederci quasi tutte le sere, insieme anche a Claudio, finendo puntualmente a bere in un famoso bar del sangiulianese. A fine estate sembrava che anche con lui mi conoscessi da sempre.
Con Donato invece la vicenda fu più spezzettata e ci volle un po' più tempo affinché riuscissimo a prendere la giusta confidenza per capire se fossimo veramente personalità compatibili. Le posizioni di partenza, d'altronde, sembravano assai lontane. La prima volta che venimmo a contatto, diciamo così, fu durante il mio ultimo anno di frequenza di CTF. Eravamo nello stesso corso di non mi ricordo quale materia e finita la lezione un giorno mi si avvicina e mi fa: "Tu sei amico di Claudio, vero? Sono in macchina, ti do uno strappo io a casa se vuoi". Accettai. Per paura, mica per altro. Perché il Donuccio in quel periodo mica sembrava un bimbone pacioccone (manco adesso in verità). E' vero che pesava si e no 60kg a stomaco pieno, ma a vederlo incuteva comunque un certo timore. Almeno a me. Era vestito sempre di nero, con occhiali scuri, Camperos e alla fibbia della cintura portava un pezzo di caricatore di M16. Il che non è che contribuisse a conferirgli proprio quest'aria di affidabilità.
Mentre poco dopo montavo sulla sua Golf nera decapottabile, pensavo: "Mo' questo mi porta in un campo e sacrifica il vitello grasso al demonio, sta a vedere...". Invece no, fui accompagnato a casa sano e salvo e, giuro, non esagero, per dire quanto ero fuori dal mondo, mi meravigliai un sacco che uno come lui, anzi come mi immaginavo fosse uno come lui, chiedesse un sacco di cose su me, sul mio passato, su cosa mi piacesse fare, se ascoltassi musica (io all'epoca facevo finta che mi piacesse il raggae), se mi trovassi bene li all'università. Ok, avevo sempre il timore, di fondo, che fossero tutte informazioni che gli servissero per organizzare al meglio il sacrificio di cui sopra, però ammetto che stavo cominciando a considerare l'ipotesi che tutto sommato fosse un buon diavolo... tanto per rimanere in tema. Capitò poi che ci vedessimo dopo molto tempo, quando Claudio si laureò e io salii a Bologna per seguire la sua discussione di Tesi e per i successivi, dovuti, festeggiamenti. Trovai Donato un bel po' cambiato. Aveva messo su qualche chilo, aveva inserito qualche altro colore nel suo guardaroba e aveva una fissa che rasentava il patologico per Baldru's Gate. Li avemmo modo di parlare un po' di più e conoscerci meglio. Certo, non emerse ancora per un po' un granché in comune, ma ci si trovava bene a chiacchierare e a magnare, e tanto bastava. Bastava per far si che gli incontri continuassero e finalmente i punti in comune uscissero, specialmente, ed è incredibile da dire guardando alle premesse del nostro primo incontro, caratterialmente.
Non starò ora a continuare l'elenco di tutte le volte che ebbi modo di rivedere Donato e Stefano finché non diventarono insieme a Claudio i miei più cari amici, basti sapere che così successe. E dall'amicizia che finalmente ci legava nacque l'idea di un campeggio estivo. No, non quello famoso. Quello precedente.
Donato, che come detto era del forlivese, era a conoscenza di una sagra che si svolgeva tutti gli anni, ad Agosto, a Premilcuore. Premilcuore (FC). Perché Premilcuore è in provincia di Forlì-Cesena. Non come Perticara, che invece è in provincia di Rimini. Ah-ehm....
Passammo il we della sagra del cinghiale tra bagordi inenarrabili e post sbornia memorabili, ma li, sotto i fumi dell'alcool, partorimmo un altro progetto. Un fatto che fu poi il vero innesco della mia evoluzione di montanaro. La prima uscita in trekking.
Di nuovo, non starò a riraccontare quelle gesta che sono ben conosciute dalle uniche due persone che probabilmente finiranno per leggere questo post. Uno perché le ha vissute e l'altro perché gliel'avrò raccontate almeno dieci volte.
Mi soffermerò sull'essenziale, ovvero su cosa quell'esperienza c'entri con il discorso dello "scrivere della montagna".
Tralasciando i fatti, quel che portai a casa dopo quella settimana fu una profonda sensazione di insoddisfazione e malinconia che non mi abbandonò per settimane. L'insoddisfazione non riguardava naturalmente i giorni trascorsi in escursione, quanto per quel che quei giorni mi avevano rivelato e che avrebbe pesato poi per sempre nella misura della soddisfazione di ciò che a quei giorni sarebbe succeduto. Non so se mi sono capito...
Facciamo un passo indietro ancora, per cercare di spiegare bene poi dove tutto questo discorso vuole andare a parare.
Durante buona parte della mia infanzia, pubertà, ma soprattutto adolescenza e tarda-adolescenza, io fui un gran ciccione. Ok, si, anche adesso lo sono. Mica lo nego. Ma rispetto ad allora posso dire che oggi sono un grissino.
L'apice della mia adiposità lo toccai proprio in concomitanza dell'anno del mio ritiro da CTF.
Quel che non toccai più era la punta dei piedi però, perché arrivai all'infelice traguardo di 130 e passa chilogrammi. La mia proverbiale facilità a cedere alle lusinghe della forchetta fu certamente fomentata dalla situazione in cui mi trovavo e dalla decisione che avevo preso: provavo vergogna verso i miei genitori, verso i miei ex compagni di università (gli stessi miei amici qui citati, che poi in CTF si sono tutti laureati) e naturalmente verso me stesso. Passavo buona parte delle giornate in casa, leggendo riviste di pesca e fagocitando qualsiasi cosa mi arrivasse a tiro.
Un aneddoto che racconto sempre, è che nel momento peggiore, in un pomeriggio, quindi per "merenda", mi mangiavo un intero tubo di Pringles, uno di Cipsletten della Balsen (tipo Pringles ma più piccole), una merendina al burro di cui non ricordo la marca ma mi pare fosse della Balsen anche quella (tanto per tagliare il sapore salato con un po' di dolce) e per finire una confezione intera di anacardi. Poi naturalmente la sera cenavo normalmente, perché tutte queste cose le mangiavo di nascosto e se non avessi cenato poi i miei genitori si sarebbero insospettiti (e comunque non è che mi dovessi sforzare più di tanto per farlo) e dopo cena mangiavo ancora! Spesso un piada intera con salame e maionese.
Insomma, per quel che mi trangugiavo ero persino troppo magro.
Finii dopo qualche mese di questa... dieta, con la pressione alle stelle (a 20anni!) e una duodenite piuttosto fastidiosa. E ben che mi andò!
L'autunno successivo fu quello famoso del Pincio, in cui passai qualche week end con i miei genitori li alla Casa e che fu l'inizio del risveglio. L'estate dopo decisi finalmente che dovevo darmi una mossa e spinto anche dai discorsi di mio padre e di mia madre, mi cercai e mi trovai un lavoro. Andai a fare il magazziniere, come scrivevo prima e oltre a trovarmi bene con i colleghi, il lavoro "manuale" mi regalò anche qualche chilo in meno senza nessuna dieta particolare. Senza contare che il pomeriggio, lavorando, non avevo certo il tempo di ingozzarmi di pringles e compagnia e la sera dovendo andare a letto presto non riuscivo più ad indulgere in piadine ed affini.
Contemporaneamente a questo dimagrimento regalato dalla vita, è il caso di dirlo, nacque in quei mesi anche una piccola relazione con un'esponente del gentil sesso. Questo improvviso, apparente, successo, riempì in parte il vuoto che in genere veniva occupato dal cibo e anzi, mi diede spinta per continuare l'opera di dimagrimento che era iniziata quasi per caso. Tanto che un giorno, senza nemmeno averlo programmato, presi la mia MTB, inutilizzata dai tempi in cui mi fu regalata a 12 anni e dissi a mia madre: "Vado a fare un giro in bici. Ci vediamo dopo.". Lei fece una faccia come a dire "Bici?? Tu!?!?!?". Ma non le diedi tempo di parlare, non volevo smontare quella spinta che aveva sorpreso anche me e imboccai pedalando il cancello di casa dirigendomi verso le prime stradine di campagna.
Nel frattempo il lavoro estivo era terminato e con quell'esponente del gentil sesso... beh... se dico due di picche credo di aver già spiegato a sufficienza. Ma ormai il meccanismo era stato messo in moto ed era diventato inarrestabile. Quell'autunno partecipai al test d'ingresso per Psicologia, lo superai anche piuttosto bene e venni ammesso al Corso di Laurea. Non ancora filiforme e sebbene molto più maturo rispetto a solo due anni prima, ero comunque ancora poco avvezzo a farmi compagnie in poco tempo in un contesto nuovo e vasto come quello universitario. Ma il bello dell'università è che ti fa crescere anche socialmente, oltre che culturalmente.
In verità fu la compagnia a venire a cercare me e fui certamente fortunato, si. Però questa volta mi feci anche trovare pronto e rispetto al passato mi forzai a non chiudermi a riccio. Mi ero veramente rotto le palle, scusate il francesismo, di essere sempre lo sfigato che stava in disparte.
Conobbi tante persone e soprattutto tante ragazze (mica per niente Psicologia, eh! ;-D). Ok, non ci combinai mai niente, anche perché poco dopo mi ammorosai proprio con una esponente della compagnia con cui uscivo già da tempo nella mia città e che tutt'ora è la mia compagna, ma soprattutto il primo anno, quando ancora ero single e circondato da tutta quella f... folla di belle ragazze, che sebbene non sembrassero interessate quanto lo ero io, comunque almeno non mi schifavano, fu un carburante notevole perché il cambiamento che avevo messo in moto non si arrestasse.
Intensificai i giri in MTB, tentai le colline oltre che la pianura e pian piano riuscii ad ottenere una buona forma. Non faticavo più tantissimo e il giro in bici era diventato così piacevole da passare ad essere un'abitudine quotidiana. Insomma arrivai al peso, incredibile, lo dico senza falsa modestia, di 78Kg. Ma non ero cambiato solo nella forma esterna, ero cambiato anzi soprattutto dentro. Quel che non ero mai stato capace di fare in un ventennio, l'avevo trasformato in realtà in nemmeno due anni. Ero magro, avevo amici veri e ora avevo persino una ragazza.
Questo nuovo me stesso si era liberato dalla depressione post CTF e dalla vergogna che l'aveva generata. Avevo una vita tutta nuova e pitturata di fresco.
Quel preciso momento della mia vita coincise proprio con la prima uscita a trekking compiuta con coloro che a tutt'oggi sono le persone più care che ho, insieme alla mia compagna, mia figlia e i miei famliari. Non fu solo l'epilogo della mia trasformazione, ma l'apice e la vera conferma della stessa. Un'uscita a trekking... io...
Pensate ora solo per un attimo al ciccione che si ingozza di tutta quella robaccia in un pomeriggio passato in solitudine sul divano di casa. Pensate che è la stessa persona che solo due anni dopo partecipa con entusiasmo, voglia e un'eccitazione da non stare nelle braghe ad una settimana di trekking. Sudore, fatica, sete, adattarsi alle condizioni in cui ci si trova, spirito di improvvisazione e risorse morali, tutte cose presenti e necessarie per un trekking di più giorni nei boschi. Chi l'ha fatto anche una sola volta nella sua vita sa bene che è così.
A pensarci su un attimo, tutto questo mal si concilia con l'immagine di quel ciccione con le pringles, no? La mia passione per la montagna che già sapevo esistere, e che è stata una delle spinte motrici di tutta la trasformazione che vi ho raccontato, ha trovato in quella settimana la sua definitiva consacrazione ed espressione. In quei giorni quel nuovo me è approdato finalmente alla sponda di quel mare che stava attraversando. Vabbé, dai, non facciamo troppo i drammatici, diciamo che era un lago, non un mare.
Comunque, in quella piccola avventura trovai una dimensione nuova. Mi sentivo bene, mi piaceva tutto quello che stavo vivendo e soprattutto mi sentivo finalmente parte attiva e fondamentale di una bella cosa che avevo programmato e messo in pratica con i miei più cari amici.
La Domenica successiva, al termine della nostra avvenura, tornai a casa con un senso di grande insoddisfazione come dicevo. Ora forse capirete perché. Quel momento fu per me così importante da essere un vero e proprio punto si svolta, uno spartiacque vero e proprio tra una mia fase di vita e l'altra. Li, tutto quel che di nuovo e costruttivo avevo scoperto in me stesso aveva avuto in ogni istante la possibilità di esprimersi, di palesarsi. Aveva avuto in quei luoghi e con le persone che erano con me, il suo contesto di esistenza ideale. Come poteva quindi non rimanere un minimo di insoddisfazione sapendo che quella dimensione non ero in grado di importarla nella mia quotidianità? Si, ha comunque avuto un effetto su di essa, certamente. Ma rimanevano e rimangono ancora due entità distinte.
L'unica soluzione sarebbe importare la mia quotidianità in quella dimensione. Questo sarebbe tecnicamente possibile. Ma sarà difficile...
Già, perché?
Allora... uhm... la storia è un po' lunghetta. E arzigogolata.
Comunque, fatto sta che io non è che sia appassionato di montagna da qualche anno o da un decennio. Io sono appassionato di montagna da sempre. Da quando ho memoria del mondo.
Sono nato in città, come quasi tutti. In una città di mare, per giunta. Vabbé, mare o come lo vogliamo chiamare.
Ma io e il mare non è che siamo mai stati molto amici. Da piccolo ci andavo, trascinato dai genitori. E tutto sommato mi ci sono anche divertito ogni tanto. Come ci si diverte ogni tanto anche quando si esce al Sabato sera con qualcuno che non significa granché per te, ma che tutto sommato per quella volta può pure andare bene, tanto per non stare in casa.
Ma, appunto, come succede con una persona che non ha un gran significato nella tua vita, se per un po' ti perdi di vista non è che ti senti il cuore straziato e lacerato.
No, se per un po' perdi di vista quel qualcuno, potrà venirti in mente ogni tanto onde chiederti: "Boh, chissà se quello/a là è ancora vivo? Bah, forse si, sennò mi avrebbero informato del funerale. Meglio, un'occasione in meno per essere costretto a mettermi giacca e cravatta. Con sto caldo poi... La gente che crepa a Luglio non ha proprio creanza. Comunque, sempre meglio di chi a Luglio si sposa. Perché almeno dopo il funerale mica c'è il pranzo lunghissimo e spossante, e puoi tornare subito a casa, cambiarti e magari riesci anche a vedere l'arrivo della tappa del Tour. Oh, grande Nibali quest'anno, eh!.... Ma a cos'è che stavo pensando all'inizio?...".
Funziona così, no? Con le persone poco importanti, dico.
E per me lo stesso è con il mare. Si, per carità, anche lui ha diritto di esistere. Però non è che ci si debba incontrare tutte le volte. Ognun per sé. Se poi casualmente ci si becca in giro, allora può pure andar bene. Ma mica che diventi una roba d'impegno.
Così, quando finalmente diventai grandicello e mi allontanai dalle compagnie filomarittime, potei finalmente dedicarmi segretamente a lei: la Montagna! Si, segretamente. Perché quando hai 17 anni e tutti i tuoi amici d'estate vogliono andare in spiaggia per sfoggiare i loro brufoli davanti a coetanee in bikini che a forza di voltarsi dall'altra parte per ignorarli a 20 anni si ritrovano tutte con una distorsione cronica del rachide cervicale e tu invece ti lasci scappare che preferiresti andare in montagna a passeggiare nei boschi e scoprire se sono nati i primi funghi dopo qualche giorno di pioggia... cioé, socialmente sei morto. Morto!
Non so se mi spiego. A 17 anni devi stare più attento a quello che dici di Papa Ratzinger quando parla dell'Islam all'Università di Ratisbona. Papa Ratzinger ha le Guardie del Corpo. Svizzere e vestite come nemmeno un daltonico, ma sempre Guardie sono. Tu no. Tu se ti fai scappare una parola sbagliata, un concetto contro corrente, una citazione colta, sei socialmente morto. MORTO!
E infatti ci fu un periodo abbastanza lungo in cui in montagna non andai quasi per nulla. Diciamo tra i 14 e i 20 anni, si. Appunto per le succitate compagnie e per l'età complicata in cui fare coming out.
Tuttavia, il pensiero non ne era completamente distolto. Il bosco, la natura, i ruscelli... trovai un palliativo. Un sostituto. La pesca sportiva. Fino ai 22 circa anni io sono stato un malato di pesca. Ci ho speso tutti soldi che ricevevo dai regali e le paghe dei lavoretti estivi (che poi lavoretti... lavoretti un cazzo: quando facevo il cameriere in albergo lavoravo 7 giorni su 7 per 10 ore al giorno di media senza nessun giorno di ferie o malattia... altro che lavoretti!).
Collezionai annate intere della gloriosa Pesca In, la rivista più importante del settore di quegli anni. Divoravo gli articoli di Fausto Buccella, Mario Molinari, Milo Colombo, Michele Marziani... ma soprattutto Elvio Scarrone. Gli altri scrivevano articoli, recensioni, commenti tecnici. Elvio Scarrone scriveva, scriveva nel vero senso della parola. Raccontava, ti trascinava dentro e ti portava sui suoi ruscelli, indietro negli anni a volte, nei giorni freddi delle aperture dell'ultima domenica di Febbraio, quando si dirigeva nel "suo posto" al torrente, studiato puntigliosamente nei mesi precendenti, facendosi largo nella neve con le energie residue dalla notte insonne e nascondendo la barba nera sotto il colletto del maglione. Aveva un modo di scrivere sensazionale!
Oltretutto le sue narrazioni si svolgevano proprio in montagna, su torrenti piccoli, spesso raggiungibili solo dopo un bel tragitto in macchina e una bella faticata a piedi.
Dentro al bosco, silenzioso, solitario, spesso freddo e apparentemente addormentato.
Benché io a quell'epoca praticassi una pesca assai diversa dalla sua, essendo per conformazione territoriale la mia casa molto più vicina a laghi e stagni, piuttosto che a fiumi e torrenti, i suoi articoli li attendevo con ansia e li leggevo e li rileggevo di continuo. Come se a forza di leggere potessi finalmente essere assorbito dalle pagine della rivista e poter trovarmi all'interno delle storie raccontate. Poter vivere quegli ambienti, quelle atmosfere, quegli stati d'animo di fatica e conquista.
Infatti pian piano mutai le mie abitudini di pescatore e passai da una pesca statica e d'attesa, ad una di movimento più attiva, cambiando tipologia di prede e accontentandomi anche di una sola cattura a costo di tanta fatica in grado però di portarmi una soddisfazione maggiore. Tengo a precisare, per i benpensanti, che praticavo (come la maggior parte dei pescatori facevano e fanno) il catch and release, ovvero, una volta catturato, il pesce veniva slamato con accortezza e poi rilasciato.
Negli ultimi anni della mia attività di pescatore sportivo, migrai sullo spinning. Ovvero la pesca con le esche artificiali (cucchiani, minnows e tutta quella serie di robette di plastica che costano un occhio e che rischi di perdere ad ogni lancio). Iniziai a frequentare il fiume della mia città. Fiume o come lo vogliamo chiamare. Sognando fario autoctone ed esultando per un cavedano plebeo.
Ma come nacqui pescatore? Riassumendo un breve excursus, il mio battesimo come pescatore lo ebbi a 6 anni partecipando ad una gara di pesca alla trota in laghetto organizzata dal CRAL dell'azienda in cui lavorava mio padre. Fu un segno del destino, si potrebbe dire, perché il culo dei principianti (e la pochezza anche degli avversari) mi permisero di vincere sia il primo premio nella graduatoria dei piccoli che quello in quella degli adulti, superando e non di poco il peso in catture del secondo classificato. Mi aggiudicai una coppa e una canna con mulinello (niente di ché, ma già molto meglio dell'attrezzatura che possedeva ognuno che quel giorno aveva partecipato alla gara).
Dissero che in realtà era stato mio padre a catturare le trote e che poi le avesse date a me per farmi vincere, ma così non era e i pescatori che in postazione erano vicini a noi durante la gara testimoniarono l'accaduto. I premi mi vennero aggiudicati, nonostante diverse proteste. Incredibile comunque come anche in una gara domenicale del CRAL vi sia gente pronta a far polemica per un coppa con un bambino.
Negli anni seguenti partecipammo altre due volte a gare organizzate dal CRAL, arrivando io secondo e mio padre terzo e viceversa. Entrambe le volte capitò a noi quello che era capitato quella volta agli altri, un principiante ci aveva superato per una botta di fortuna e si era aggiudicato il primo premio. Ma così va la pesca e infatti noi non protestammo mai. Ma a parte queste due occasioni decidemmo di non prendere più parte a queste iniziative, perché ogni volta che ci presentavamo al campo di gara c'era sempre qualcuno che iniziava a bestemmiare. Non è che fossimo dei campioni, ma noi a differenza di quasi tutti gli altri sapevamo pescare, perché in quegli anni ci andavamo spesso e sapevamo affrontare ambienti e situazioni diverse, e finiva sempre che bene o male uno o due premi grossi li portavamo via. Questo ovviamente non piaceva né agli altri partecipanti né al CRAL che organizzava, perché poi si beccava le polemiche. Per noi invece pescare voleva dire divertirsi, di rotture di balle non ne avevamo pezza e decidemmo di lasciarle agli altri.
Qualche anno dopo passai alla pesca alla carpa, sempre in lago e al catch and release. Era la moda del momento, mentre fino a pochi anni prima lo era stata la trota che una volta pescata si portava a casa e si stipava in congelatore (oddio, noi la mangiavamo anche). Comprai con le mance del lavoro estivo una canna inglese per la pesca medio-pesante a fasce di carbonio intrecciate e iniziai a frequentare le cave e i laghetti "selvatici". Imparai la tattica, oltre che la tecnica, capendo quale fosse il luogo migliore in un ambiente acquatico in cui concentrare gli sforzi. Imparai a seconda delle stagioni quali esche si rivelavano più appetibili e come preparare già da una settimana prima il "campo di battaglia". Insieme ad un amico ci focalizzammo sulle nuove tecniche e i materiali che venivano dall'Inghilterra, ricavandone un compromesso accettabile con quel che finanziariamente potevamo comprarci e quello che non arrivandoci coi soldi ci fabbricavamo in casa. Ma questa fase durò relativamente poco. Mi tolsi anche delle belle soddisfazioni: le grosse carpe nate e cresciute in cava sono dei treni a vapore e quando le agganci inizia una lotta che può durare parecchio, specialmente se l'ambiente è ricco d'ostacoli sia visibili che sommersi. Ma, come dire... non era la mia pesca. Si, il combattimento con una carpa da 8-10Kg. contrastata con una canna inglese, seppure rinforzata, non è certo cosa noiosa, ma stare seduto ad attendere, seppur nemmeno questo mi annoiasse, non era comunque ciò che sentivo completamente appagante.
Riniziai con la trota in laghetto, perché più dinamica e attiva. Nel frattempo anche questo genere di pesca era cambiato radicalmente, i galleggianti erano pressoché spariti dalla circolazione e chi si ostinava ad adoperarli era considerato nel migliore dei casi un antiquato, nel peggiore uno sfigato/incapace.
Erano nate nuovi tipi di canne da pesca insieme ad una nuova tecnica: la "tremarella". D'altronde è pur vero che la trota è un predatore e la vecchia pesca statica con il galleggiante e il verme ciondolante a mezz'acqua non era in effetti particolarmente indicata. Al posto dei vecchi galleggianti, il mercato fu invaso da piombini allungati che andavano dai 3 ai 7 cm e che avevano la stessa misura di peso in grammi (3-7gr.) e da aggeggi ancor più strani che servivano per pescare le trote al largo nelle grandi cave: le bombarde. L'obiettivo sia dei piombini che delle bombarde era quello di avere una zavorra idrodinamica in grado di permettere di lanciare in distanza ma di non fare affondare la lenza quando veniva recuperata dal pescatore. In questo modo una volta effettuato il lancio e aver fatto affondare la lenza alla profondità desiderata, si iniziava l'azione di recupero, che era poi quella di pesca vera e propria, essendo abbastanza sicuri che la lenza avrebbe viaggiato sempre alla stessa profondità.
E qui subentrava l'abilità del pescatore. Bisognava non solo recuperare con il mulinello infatti, ma accompagnare l'avvolgimento del filo con una serie continua di colpetti, strappetti, movimenti del cimino che davano all'esca un andamento "tremarellante" oltre che rotante. Se si era bravi a metterlo in pratica, il sistema funzionava alla grande con le tonte trotelle d'allevamento immesse nei laghetti a pagamento.
All'inizio la taglia medie delle trote era intorno ai 3-500gr. con una media di 6-8 catture al giorno. Ma ben presto i pescatori divennero competitori, dimenticando il gusto della cattura sudata e ricercata, e volendo invece solo fare mattanza. Ogni Domenica si facevano gare e per accontentare questa fame di catture dei pescatori, i gestori diminuirono sensibilmente la taglia dei pesci per poterne immettere un quantitativo maggiore.
L'ultima volta che andai a pescare le trote in laghetto, ne catturai in tre ore una quindicina di cui la più grossa sfiorava il ragguardavole perso di 150gr. Inoltre senza doverci mettere nessun impegno o dovermi inventare alcunché.
Che cazzo di senso aveva? La pesca è una sfida. Devi imparare a leggere le condizioni e capire dove stazionato i banchi di pesci a seconda della temperatura, del vento, della presenza del sole o meno. Se io immetto una tale quantità di trote da farle stare quasi strette nel poco spazio a disposizione, ovvio che basta gettare l'amo in un punto qualsiasi del lago, a qualsiasi profondità, per stare sicuro di far cadere l'esca a tiro di qualche ingenuo avvannotto appena svezzato.
Oltretutto chi partecipava ogni settimana alla gara prevista (e vi assicuro che ce n'era di gente, al tempo) che ne faceva di tutte quelle trote? Le buttava, ecco che ne faceva. Dopo la pesa e l'assegnazione dei premi, la maggior parte delle catture veniva gettata nel cassonetto poco fuori dai cancelli del laghetto o in quello vicino a casa dopo aver mostrato le prede alla famiglia. Perché le carpe di possono rilasciare e sopravvivono, ma la trote sfortunatamente no. Sono più delicate e comunque d'estate nei poco profondi laghetti artificiali morirebbero tutte comunque. Così, una cosa e pescare e portare a casa 5-6 pesci. Un po' li mangi la sera un po' li congeli o li regali, e vabbé amen. Una cosa e pescare 30-40 trote da un etto tutte le settimane. Ovvio che non riuscirai mai a mangiarle tutte. Quindi finiscono nel cassonetto.
Non sono un animalista, non di quelli integralisti che si leggono anche in rete, ma una roba così è un insulto alla vita. E infatti anche questa pesca l'abbandonai.
Mi spostai di nuovo verso le cave selvatiche e i fiumi, e come dicevo sopra approdai allo spinning che fu veramente, per quel poco che durò, la mia pesca ideale. Attiva, tattica, tecnica e soprattutto rispettosa, perché mi permetteva di pescare allamando i pesci sulle parti più esterne della bocca e, quando poi iniziai a pescare con gli ami senza ardiglione, di poter rilasciare tutte le prede con solo una feritina su labbro piccola come la puntura di un ago. Quindi senza che riportassero conseguenze per la loro sopravvivenza.
Fui un mattatore di black bass, un discreto cavenadista, presi pure qualche trota ma non riuscii mai ad allamare un luccio, che pure era invece la preda più ambita. E vabbé, non sempre si vince.
Ma con il passare degli anni, altre esigenze fecero capolino nell'economia delle mie giornate. La morosa, gli amici, finalmente quelli veri e una mole maggiore di impegni. L'università, gli esami, il costo dei libri... mal si accordavano con tutte le esigenze di tempo e denaro che la pesca richiedeva. Così pian piano, quasi senza nemmeno accorgermene, la abbandonai.
Terminata anche questa parentesi per qualche anno, sul versante "natura" rimasi molto meno attivo. Però quello che della pesca mi piaceva, ovvero la libertà, lo stare in mezzo alla natura, non mi abbandonò di certo, anche perché in realtà fu proprio quella la spinta verso la pesca stessa.
In quegli anni, poco prima che la mia carriera piscatoria terminasse, iniziai infatti a tornare al Pincio. Il Pincio è un monte degli Appennini di questa parte d'Italia ed è li che capii cosa stava all'origine di tutto il mio mondo ideale. Capii perché mi piacesse fare ciò che mi piaceva fare e perché al contrario altre attività non mi trasmettessero alcunché. Li capii perché la pesca e non il wind surf. Li capii perché camminare e non nuotare. Li capii perché le castagne e non le cozze. Io ero un montanaro, finalmente era chiaro. Niente sabbia e alghe, ma terra e alberi. Quella era casa mia.
Ma perché tutto ciò diventasse evidente, dovette arrivare un periodo abbastanza cupo.
Era il secondo anno di Università a Bologna. Avevo dato pochissimi esami ed anzi, avevo collezionato più bocciature che altro. Bologna era una città che mi stava troppo grande. A 20 anni io mi ci perdevo, mi ci divertivo anche per carità, ma non era per me possibile concentrarmi, li. Non sapevo organizzarmi e le scadenze mi arrivavano addosso con violenza, nonostante chiunque altro avrebbe avuto tutto il tempo e il modo per prepararsi e non farsi travolgere. E infatti gli altri lo facevano. Era a me che non riusciva.
Maturai infine l'idea che era necessario chiudere quel capitolo. Stavo facendo spendere soldi ai miei genitori, perché i miei fondi non bastavano di certo per pagare retta, libri e affitto dell'appartamento, e non portavo a casa nessun risultato. Bisognava porre subito fine a quella perdita di soldi e di tempo, e lo feci. Feci forse la prima cosa da adulto, sobbarcandomi le conseguenze di un mio fallimento. Non sarei mai diventato un Chimico Farmaceutico. I parenti già rumoreggiavano.
Ma i miei genitori non mi fecero mai pesare la cosa. Loro si, davvero lungimiranti, capirono che calcare la mano avrebbe avuto come unico effetto quello di ficcarmi sempre più in un gorgo da cui in quel momento di molta confusione avrei fatto una gran fatica ad uscire. Fecero una cosa all'apparenza banale, ma che al contrario denota grande forza, saggezza e anche fiducia nei miei confronti: mi lasciarono libero.
Dopo qualche mese, infatti, tornai a respirare di nuovo e vedere un po' più chiaramente e serenamente il futuro. Monte Pincio fu un luogo ideale, riparato, accogliente, in cui raccogliere i pensieri e ripartire. Le brevi ma più frequenti parentesi che riuscivo a passare in quei luoghi mi ridiedero slancio, perché mi facevano vedere il mondo da un'altra prospettiva, soprattutto perché li, alla Casa del Pincio, ci andavo proprio con i miei genitori che durante le lunghe serate davanti al camino mi raccontavano della loro vita passata a fare i conti ogni giorno con la povertà, con le emergenze e mi fecero capire che se ce la avevano fatta loro a crearsi una vita soddisfacente che erano partiti da niente, ci sarei riuscito anche io. La mattina poi ci si alzava presto e con mio padre facevamo sempre una passeggiata fino alla cima del monte, prima di colazione. Guardavamo il bosco svegliarsi pian piano, mentre il sole sorgeva lentamente in quei giorni d'autunno. Le giornate erano scandite dal ritmo del giorno stesso, non da orologi e programmi televisivi. Capii che gli impegni, il lavoro, l'univerisità, gli esami, sono cose importanti ma non sono il mondo. Il mondo fuori ci sarà sempre, che tu sia un chimico farmaceutico o un operaio. Ci sono doveri che per il nostro ruolo o professione dobbiamo sbrigare, ma non dobbiamo permettere a questi di consumarci la vita, perché la vita è altrove. E' quella che si vive con le persone care, magari condividendo lo spettacolo di un'alba al Pincio. Quest'occhio più sereno sulla quotidianità contribuì alla volontà di volerla sfidare di nuovo, proprio perché le aveva ridato la sua giusta importanza e prospettiva.
Da quando, in quell'autunno, tornai a frequentare la casa al Pincio, mi dissi che non sarei mai più rimasto così tanto tempo lontano da quei luoghi.
Terminata l'esperienza universitaria a Bologna, l'estate successiva iniziai a lavorare come magazziniere. Tornai alla base, al lavoro manuale e di fatica, ma sereno e senza tanto stress. Incontrai persone semplici e vere che non mi giudicarono perché avevo abbandonato l'università prima di approdare li, ma anzi mi chiedevano tutti curiosi che cosa si facesse per davvero in un'università. Qualcuno mi chiamava Doc, anche per percularmi naturalmente, ma bonariamente e quando il mio contratto da estivo giunse alfine al termine tutti, TUTTI, i miei colleghi mi spinsero a riscrivermi all'Università. Naturalmente era un'intenzione che già covavo dentro di me, ma ammetto che quella spinta non fu così secondaria per farmi prendere la decisione definitiva di riprovarci.
Nel frattempo però, qualcosa della precedente esperienza universitaria era rimasto e si stava anzi rafforzando. Claudio, mio grande amico sin dai tempi del Liceo, fu poi mio compagno di appartamento per i due anni in cui frequentai Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Fu molto dispiaciuto quando gli comunicai la mia decisione di ritirarmi, ma per fortuna tale decisione non ebbe conseguenze sulla nostra amicizia anche perché non ci perdemmo certo di vista, dato che tutti week end comunque anche lui tornava nella nostra città natale.
Prima di compiere il decisivo passo indietro, inoltre, ebbi l'occasione di conoscere anche Stefano e Donato. Non diventammo amici da subito. Molto per colpa della mia timidezza dell'epoca e un po' perché una volta terminata la mia esperienza a Bologna ebbi pochissime occasioni per vederli nei mesi subito successivi. Stefano abitava proprio a Bologna, mentre Donato era di Forlì. Il week end non scendevano certo a Rimini come Claudio.
Però Stefano a Rimini ci veniva sempre in estate e fortunatamente per tre mesi quasi interi. Fu durante l'estate successiva, infatti, che diventammo veramente amici. Una sera mentre era in macchina con me, per questioni di convivenza in abitacolo si stavano facendo due chiacchiere generiche, mentre percorravamo un imbottigliatissimo lungomare (a quel tempo i turisti qua non mancavano mai). Dal parlare del più e del meno, finimmo in poco tempo a parlare di argomenti sempre più personali che in quegli anni ruotavano sempre e immancabilmente intorno alla ragazza di turno che non ricambiava il nostro interesse. Ci scoprimmo così molto simili, anche nella nostra poca fortuna con l'altro sesso e nelle settimane successive cominciammo a vederci quasi tutte le sere, insieme anche a Claudio, finendo puntualmente a bere in un famoso bar del sangiulianese. A fine estate sembrava che anche con lui mi conoscessi da sempre.
Con Donato invece la vicenda fu più spezzettata e ci volle un po' più tempo affinché riuscissimo a prendere la giusta confidenza per capire se fossimo veramente personalità compatibili. Le posizioni di partenza, d'altronde, sembravano assai lontane. La prima volta che venimmo a contatto, diciamo così, fu durante il mio ultimo anno di frequenza di CTF. Eravamo nello stesso corso di non mi ricordo quale materia e finita la lezione un giorno mi si avvicina e mi fa: "Tu sei amico di Claudio, vero? Sono in macchina, ti do uno strappo io a casa se vuoi". Accettai. Per paura, mica per altro. Perché il Donuccio in quel periodo mica sembrava un bimbone pacioccone (manco adesso in verità). E' vero che pesava si e no 60kg a stomaco pieno, ma a vederlo incuteva comunque un certo timore. Almeno a me. Era vestito sempre di nero, con occhiali scuri, Camperos e alla fibbia della cintura portava un pezzo di caricatore di M16. Il che non è che contribuisse a conferirgli proprio quest'aria di affidabilità.
Mentre poco dopo montavo sulla sua Golf nera decapottabile, pensavo: "Mo' questo mi porta in un campo e sacrifica il vitello grasso al demonio, sta a vedere...". Invece no, fui accompagnato a casa sano e salvo e, giuro, non esagero, per dire quanto ero fuori dal mondo, mi meravigliai un sacco che uno come lui, anzi come mi immaginavo fosse uno come lui, chiedesse un sacco di cose su me, sul mio passato, su cosa mi piacesse fare, se ascoltassi musica (io all'epoca facevo finta che mi piacesse il raggae), se mi trovassi bene li all'università. Ok, avevo sempre il timore, di fondo, che fossero tutte informazioni che gli servissero per organizzare al meglio il sacrificio di cui sopra, però ammetto che stavo cominciando a considerare l'ipotesi che tutto sommato fosse un buon diavolo... tanto per rimanere in tema. Capitò poi che ci vedessimo dopo molto tempo, quando Claudio si laureò e io salii a Bologna per seguire la sua discussione di Tesi e per i successivi, dovuti, festeggiamenti. Trovai Donato un bel po' cambiato. Aveva messo su qualche chilo, aveva inserito qualche altro colore nel suo guardaroba e aveva una fissa che rasentava il patologico per Baldru's Gate. Li avemmo modo di parlare un po' di più e conoscerci meglio. Certo, non emerse ancora per un po' un granché in comune, ma ci si trovava bene a chiacchierare e a magnare, e tanto bastava. Bastava per far si che gli incontri continuassero e finalmente i punti in comune uscissero, specialmente, ed è incredibile da dire guardando alle premesse del nostro primo incontro, caratterialmente.
Non starò ora a continuare l'elenco di tutte le volte che ebbi modo di rivedere Donato e Stefano finché non diventarono insieme a Claudio i miei più cari amici, basti sapere che così successe. E dall'amicizia che finalmente ci legava nacque l'idea di un campeggio estivo. No, non quello famoso. Quello precedente.
Donato, che come detto era del forlivese, era a conoscenza di una sagra che si svolgeva tutti gli anni, ad Agosto, a Premilcuore. Premilcuore (FC). Perché Premilcuore è in provincia di Forlì-Cesena. Non come Perticara, che invece è in provincia di Rimini. Ah-ehm....
Passammo il we della sagra del cinghiale tra bagordi inenarrabili e post sbornia memorabili, ma li, sotto i fumi dell'alcool, partorimmo un altro progetto. Un fatto che fu poi il vero innesco della mia evoluzione di montanaro. La prima uscita in trekking.
Di nuovo, non starò a riraccontare quelle gesta che sono ben conosciute dalle uniche due persone che probabilmente finiranno per leggere questo post. Uno perché le ha vissute e l'altro perché gliel'avrò raccontate almeno dieci volte.
Mi soffermerò sull'essenziale, ovvero su cosa quell'esperienza c'entri con il discorso dello "scrivere della montagna".
Tralasciando i fatti, quel che portai a casa dopo quella settimana fu una profonda sensazione di insoddisfazione e malinconia che non mi abbandonò per settimane. L'insoddisfazione non riguardava naturalmente i giorni trascorsi in escursione, quanto per quel che quei giorni mi avevano rivelato e che avrebbe pesato poi per sempre nella misura della soddisfazione di ciò che a quei giorni sarebbe succeduto. Non so se mi sono capito...
Facciamo un passo indietro ancora, per cercare di spiegare bene poi dove tutto questo discorso vuole andare a parare.
Durante buona parte della mia infanzia, pubertà, ma soprattutto adolescenza e tarda-adolescenza, io fui un gran ciccione. Ok, si, anche adesso lo sono. Mica lo nego. Ma rispetto ad allora posso dire che oggi sono un grissino.
L'apice della mia adiposità lo toccai proprio in concomitanza dell'anno del mio ritiro da CTF.
Quel che non toccai più era la punta dei piedi però, perché arrivai all'infelice traguardo di 130 e passa chilogrammi. La mia proverbiale facilità a cedere alle lusinghe della forchetta fu certamente fomentata dalla situazione in cui mi trovavo e dalla decisione che avevo preso: provavo vergogna verso i miei genitori, verso i miei ex compagni di università (gli stessi miei amici qui citati, che poi in CTF si sono tutti laureati) e naturalmente verso me stesso. Passavo buona parte delle giornate in casa, leggendo riviste di pesca e fagocitando qualsiasi cosa mi arrivasse a tiro.
Un aneddoto che racconto sempre, è che nel momento peggiore, in un pomeriggio, quindi per "merenda", mi mangiavo un intero tubo di Pringles, uno di Cipsletten della Balsen (tipo Pringles ma più piccole), una merendina al burro di cui non ricordo la marca ma mi pare fosse della Balsen anche quella (tanto per tagliare il sapore salato con un po' di dolce) e per finire una confezione intera di anacardi. Poi naturalmente la sera cenavo normalmente, perché tutte queste cose le mangiavo di nascosto e se non avessi cenato poi i miei genitori si sarebbero insospettiti (e comunque non è che mi dovessi sforzare più di tanto per farlo) e dopo cena mangiavo ancora! Spesso un piada intera con salame e maionese.
Insomma, per quel che mi trangugiavo ero persino troppo magro.
Finii dopo qualche mese di questa... dieta, con la pressione alle stelle (a 20anni!) e una duodenite piuttosto fastidiosa. E ben che mi andò!
L'autunno successivo fu quello famoso del Pincio, in cui passai qualche week end con i miei genitori li alla Casa e che fu l'inizio del risveglio. L'estate dopo decisi finalmente che dovevo darmi una mossa e spinto anche dai discorsi di mio padre e di mia madre, mi cercai e mi trovai un lavoro. Andai a fare il magazziniere, come scrivevo prima e oltre a trovarmi bene con i colleghi, il lavoro "manuale" mi regalò anche qualche chilo in meno senza nessuna dieta particolare. Senza contare che il pomeriggio, lavorando, non avevo certo il tempo di ingozzarmi di pringles e compagnia e la sera dovendo andare a letto presto non riuscivo più ad indulgere in piadine ed affini.
Contemporaneamente a questo dimagrimento regalato dalla vita, è il caso di dirlo, nacque in quei mesi anche una piccola relazione con un'esponente del gentil sesso. Questo improvviso, apparente, successo, riempì in parte il vuoto che in genere veniva occupato dal cibo e anzi, mi diede spinta per continuare l'opera di dimagrimento che era iniziata quasi per caso. Tanto che un giorno, senza nemmeno averlo programmato, presi la mia MTB, inutilizzata dai tempi in cui mi fu regalata a 12 anni e dissi a mia madre: "Vado a fare un giro in bici. Ci vediamo dopo.". Lei fece una faccia come a dire "Bici?? Tu!?!?!?". Ma non le diedi tempo di parlare, non volevo smontare quella spinta che aveva sorpreso anche me e imboccai pedalando il cancello di casa dirigendomi verso le prime stradine di campagna.
Nel frattempo il lavoro estivo era terminato e con quell'esponente del gentil sesso... beh... se dico due di picche credo di aver già spiegato a sufficienza. Ma ormai il meccanismo era stato messo in moto ed era diventato inarrestabile. Quell'autunno partecipai al test d'ingresso per Psicologia, lo superai anche piuttosto bene e venni ammesso al Corso di Laurea. Non ancora filiforme e sebbene molto più maturo rispetto a solo due anni prima, ero comunque ancora poco avvezzo a farmi compagnie in poco tempo in un contesto nuovo e vasto come quello universitario. Ma il bello dell'università è che ti fa crescere anche socialmente, oltre che culturalmente.
In verità fu la compagnia a venire a cercare me e fui certamente fortunato, si. Però questa volta mi feci anche trovare pronto e rispetto al passato mi forzai a non chiudermi a riccio. Mi ero veramente rotto le palle, scusate il francesismo, di essere sempre lo sfigato che stava in disparte.
Conobbi tante persone e soprattutto tante ragazze (mica per niente Psicologia, eh! ;-D). Ok, non ci combinai mai niente, anche perché poco dopo mi ammorosai proprio con una esponente della compagnia con cui uscivo già da tempo nella mia città e che tutt'ora è la mia compagna, ma soprattutto il primo anno, quando ancora ero single e circondato da tutta quella f... folla di belle ragazze, che sebbene non sembrassero interessate quanto lo ero io, comunque almeno non mi schifavano, fu un carburante notevole perché il cambiamento che avevo messo in moto non si arrestasse.
Intensificai i giri in MTB, tentai le colline oltre che la pianura e pian piano riuscii ad ottenere una buona forma. Non faticavo più tantissimo e il giro in bici era diventato così piacevole da passare ad essere un'abitudine quotidiana. Insomma arrivai al peso, incredibile, lo dico senza falsa modestia, di 78Kg. Ma non ero cambiato solo nella forma esterna, ero cambiato anzi soprattutto dentro. Quel che non ero mai stato capace di fare in un ventennio, l'avevo trasformato in realtà in nemmeno due anni. Ero magro, avevo amici veri e ora avevo persino una ragazza.
Questo nuovo me stesso si era liberato dalla depressione post CTF e dalla vergogna che l'aveva generata. Avevo una vita tutta nuova e pitturata di fresco.
Quel preciso momento della mia vita coincise proprio con la prima uscita a trekking compiuta con coloro che a tutt'oggi sono le persone più care che ho, insieme alla mia compagna, mia figlia e i miei famliari. Non fu solo l'epilogo della mia trasformazione, ma l'apice e la vera conferma della stessa. Un'uscita a trekking... io...
Pensate ora solo per un attimo al ciccione che si ingozza di tutta quella robaccia in un pomeriggio passato in solitudine sul divano di casa. Pensate che è la stessa persona che solo due anni dopo partecipa con entusiasmo, voglia e un'eccitazione da non stare nelle braghe ad una settimana di trekking. Sudore, fatica, sete, adattarsi alle condizioni in cui ci si trova, spirito di improvvisazione e risorse morali, tutte cose presenti e necessarie per un trekking di più giorni nei boschi. Chi l'ha fatto anche una sola volta nella sua vita sa bene che è così.
A pensarci su un attimo, tutto questo mal si concilia con l'immagine di quel ciccione con le pringles, no? La mia passione per la montagna che già sapevo esistere, e che è stata una delle spinte motrici di tutta la trasformazione che vi ho raccontato, ha trovato in quella settimana la sua definitiva consacrazione ed espressione. In quei giorni quel nuovo me è approdato finalmente alla sponda di quel mare che stava attraversando. Vabbé, dai, non facciamo troppo i drammatici, diciamo che era un lago, non un mare.
Comunque, in quella piccola avventura trovai una dimensione nuova. Mi sentivo bene, mi piaceva tutto quello che stavo vivendo e soprattutto mi sentivo finalmente parte attiva e fondamentale di una bella cosa che avevo programmato e messo in pratica con i miei più cari amici.
La Domenica successiva, al termine della nostra avvenura, tornai a casa con un senso di grande insoddisfazione come dicevo. Ora forse capirete perché. Quel momento fu per me così importante da essere un vero e proprio punto si svolta, uno spartiacque vero e proprio tra una mia fase di vita e l'altra. Li, tutto quel che di nuovo e costruttivo avevo scoperto in me stesso aveva avuto in ogni istante la possibilità di esprimersi, di palesarsi. Aveva avuto in quei luoghi e con le persone che erano con me, il suo contesto di esistenza ideale. Come poteva quindi non rimanere un minimo di insoddisfazione sapendo che quella dimensione non ero in grado di importarla nella mia quotidianità? Si, ha comunque avuto un effetto su di essa, certamente. Ma rimanevano e rimangono ancora due entità distinte.
L'unica soluzione sarebbe importare la mia quotidianità in quella dimensione. Questo sarebbe tecnicamente possibile. Ma sarà difficile...
mercoledì 18 giugno 2014
Meglio tacere se non si sa spiegare
Non è sempre facile capirsi. Tra gli interlocutori si possono creare facili equivoci durante una conversazione, in maniera indipendente spesso dal canale. Che sia scritto o che sia orale, che sia a distanza o vis a vis non c'è un paradigma in grado di metterci al riparo dall'incomprensione.
Neppure la lunga conoscenza tra i partecipanti alla conversazione è un porto sicuro in cui ormeggiare il fragile bastimento di pensieri che vogliono essere tradotti in parole condivise.
Nascono così, tra leggerezze e afasie, le pestate di cacca più clamorose.
E bisogna stare attenti a non sentirsi sempre dalla parte del sicuro. Mai pensare che sia colpa dell'altro che si ostina a non capire (anche se a volte capita, eh). Bisogna avere le spalle grosse, come si dice, e farsi carico della responsabiltà delle proprie parole prima di puntare il dito verso l'ottusità presunta dell'altro.
Perché a volte si vuole parlare della difficile condizione delle popolazioni oppresse, dei bimbi che vivono in povertà, dei diritti dei discriminati, beandosi del proprio animo ghandiano e si finisce invece per fare la figura dei razzisti bastardi imperialisti omofobici mangiabambini.
E' un attimo, occhio.
Neppure la lunga conoscenza tra i partecipanti alla conversazione è un porto sicuro in cui ormeggiare il fragile bastimento di pensieri che vogliono essere tradotti in parole condivise.
Nascono così, tra leggerezze e afasie, le pestate di cacca più clamorose.
E bisogna stare attenti a non sentirsi sempre dalla parte del sicuro. Mai pensare che sia colpa dell'altro che si ostina a non capire (anche se a volte capita, eh). Bisogna avere le spalle grosse, come si dice, e farsi carico della responsabiltà delle proprie parole prima di puntare il dito verso l'ottusità presunta dell'altro.
Perché a volte si vuole parlare della difficile condizione delle popolazioni oppresse, dei bimbi che vivono in povertà, dei diritti dei discriminati, beandosi del proprio animo ghandiano e si finisce invece per fare la figura dei razzisti bastardi imperialisti omofobici mangiabambini.
E' un attimo, occhio.
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